Letteratura in epoca Qing

QING

 

Di origine mancese, razza seminomade e combattiva al cui interno vigeva una forte gerarchia, entrò a capo del governo nel 1644 e ci restò fino al 1910/11. Appena preso possesso del potere, l’etnia manciù, per differenziarsi dall’etnia han, instaurarò una gerarchia attraverso le bandiere di cui la più importante, tenuta dalla casa regnante manciù, era quella gialla (che aveva, quindi, compiti amministrativi, burocratici..). Mentre i mongoli (Yuan) si adeguarono ai sistemi vigenti in Cina, i mancesi attuarono proprio una distinzione senza far a meno, però, dei cinesi (soprattutto al governo). Avendo lingua e scrittura diversa da quella cinese, i mancesi iniziarono a tradurre testi nella loro lingua o a stilarne di nuovi in entrambe le lingue (cinese e manciù). La divisione in gerarchia  stabiliva la collaborazione dei letterati cinesi che spesso, però, non erano disposti a collaborare (spesso infatti si ritiravano a vita privata a lavorare per conto proprio). Uno dei più famosi anticollaborazionisti fu Gù Yánwǔ (del periodo Ming-Qing) vissuto nel 1613-1682. i genitori erano ferventi sostenitori del neoconfucianesimo (anche la madre ebbe una forte influenza su di lui essendo molto colta). Con la caduta dei Ming e la morte della madre, il padre di Gu, un funzionario, si rifiutò di collaborare con i mancesi e Gu studia in privato soprattutto la storia. Attraverso questi studi storico-filosofici, però, arriva ad una conclusione del tutto contrastante con la visione dei genitori. Infatti arrivò a compilare una teoria che portava alla negazione della teoria di Wang Shouren che basandosi sul neoconfucianesimo portava alla luce il qing (=sentimento istintivo). Gu crede, quindi, che l’istinto non porti da nessuna parte e che invece è essenziale la conoscenza profonda dei classici. Credeva che lo studio dei Classici (经学) equivale () allo studio del principio (理学). Non parla mai di qing e neanche di dào perché questi due caratteri non vengono mai riportati nel Lunyu di Confucio. Si impegnò nello studio filologico dei Classici. Così facendo Gu Yanwu getta le basi del pensiero posteriore. Se la conoscenza è basata sullo studio dei Classici, quindi, la letteratura Qing è necessariamente conservatrice cioè più legata alle origini cinesi (al passato, più che al futuro). Questo in linea generale tranne qualche eccezione ma allo stesso tempo, con il progressivo decadere della dinastia equivale una progressiva apertura mentale che poi sfociò nella rivoluzione culturale degli inizi del XX secolo. La prosa parallela viene ripresa mentre la posizione predominante del guwen (ripreso negli ultimi anni Ming) rimane invariata.

 

NOVELLA:

Se in epoca Ming la lingua più utilizzata era il bái huà, in epoca Qing generalmente si scrive in wényán. Una delle eccezioni al movimento conservatore fu Lǐ Yú (李渔), 1611-1680, che stilò una serie di drammi (soprattutto teatrali), fu attore ma formò anche una compagnia teatrale (che comprendeva molte donne), la “Jiezi yuan” (“Il giardino del seme di senape”). Le sue opere traggono spunto dalle novelle. Scrive in lingua vernacolare, proprio in contrasto alla tendenza dominante che preferiva la scrittura in wényán. Li avrebbe promosso l’abolizione della fasciatura dei piedi delle donne che sarebbe iniziata sotto epoca Song. Caratteristica di Li Yu è quella di partire da novelle con trame convenzionali e stereotipate affrontandole e sviluppandole da un punto di vista della realtà rispetto al solito, anche opposto. Per esempio, i “Casi del giudice Bao”, dalle novelle Ming, vengono affrontati in chiave critica: il giudice Bao, uomo sì straordinario e intelligente, è, però, ignorante in materia di diritto. Questo modo di affrontare questa serie di novelle sul giudice Bao erano una critica diretta ai magistrati che spesso non erano ben informati sulla materia del loro lavoro. La prima novella di Li, in lingua parlata (huà běn), scritta nel 1656, si intitola “Wú shēngxì” (无声戏), cioè “Teatro muto” (senza voce). Questa raccolta contiene 12 racconti che affrontano i rapporti fra uomo e donna. Dalla solita storia stereotipata che vede la donna colta andare in sposa a uomini rozzi e violenti si passa ad una situazione del tutto differente. Infatti le tre protagoniste sono le tre mogli del solito uomo rozzo che però, mosse dalla ripugnanza verso di lui, si organizzano fra loro in modo da doverlo sopportare il meno possibile e convivere in modo migliore. Altra novella di questa raccolta parla di omosessualità fra due ragazzi. Uno di loro, il più ricco, che aveva aiutato l’amante, muore lasciando la moglie e un figlio. Di questo figlio, per rispetto all’amante deceduto che lo aveva aiutato, decide di occuparsene quello ancora in vita che a questo punto prende la decisione di castrarsi e di vestirsi da donna. Si occupa del bambino anche in modo più affettuoso e più attento della madre stessa. C’è da dire che l’amore omosessuale non avrebbe costituito un problema in Cina se non fosse andato contro la necessità di procreazione e accrescimento della famiglia tanto importante per la mentalità confuciana. La seconda raccolta di Li Yu è “Shí èr Lóu” (十二楼), 12 racconti suddivisi in capitoli (che solitamente erano utilizzati per i romanzi più che per le novelle, essendo molto più corte) che hanno in comune, come argomento, delle torri, quindi 12 torri in totale. Una delle caratteristiche è un esplicito erotismo e infatti, dopo il Jing Ping Mei, Li Yu è considerato l’autore del 2° racconto più erotico, “Il tappeto da preghiera di carne” (“Rou putuan”). Altra caratteristica di questi racconti è una ironia e satira sottile. Una delle novelle del “Shi èr Lou” parla di problemi di coppia (sempre dal solito punto di vista originale tipico di questo autore): due letterati devono separarsi dalle rispettive mogli per andare a fare gli esami ma mentre la coppia più unita finisce per crollare a causa del decesso per disperazione della donna, quella meno affiatata riesce a continuare a vivere separatamente riuscendo a ricongiungersi felicemente al ritorno dell’uomo. Era convenzionale la figura della donna che in assenza dell’uomo si indebolisse e si disperasse mentre la donna di una delle due coppie riesce a vivere in modo del tutto autonomo e senza troppi problemi.

Pu Songling (蒲松龄), 1640-1715, scrive in wényán (stile classico) riprendendo lo stile del chuánqí Tang. È considerato il più grande scrittore Qing ma fu sfortunato dal punto di vista burocratico. Riusciva a rapportarsi con la gente comune e semplice sia con persone colte. Le sue novelle sono piene di riferimenti. I suoi contatti con la gente comune gli permisero di accumulare una serie di storie che confluirono tutte nella raccolta “Liaozhai zhiyi” (聊斋志异), “Racconti strani dello studio di Liao” o “Studio della non curanza”, che conteneva 500 racconti intrisi di elementi sovrannaturali e nei quali appare un dialogo fra dimensione reale e dimensione fantastica. Personaggio frequente è la donna volpe. Anche se spesso le donne volpe sono essere maligni che risucchiano l’energia vitale di ragazzi malcapitati, Pu Songling ne crea un personaggio benevolo. (vedi kuà pǐ, storia comune di un demone che si traveste da donna e succhia energia vitale all’uomo malcapitato). Pu aggiunge ai temi affrontati da testi in wényán anche temi tipici dei racconti popolari o scritti in bái huà, cioè quelli sulla vita quotidiana in famiglia. Di solito i suoi racconti sono abbastanza brevi (e questo succedeva anche perché il wényán è molto più stringato e sintetico rispetto al bái huà, proprio per le parole monosillabiche utilizzate nel wényán). Le biografie di personaggi storici (come appaiono nello Shiji) erano rivisitati in chiave ironica. Altro tema era la critica agli esami burocratici (dovuta forse al fatto che non li aveva mai superati). I suoi racconti venivano dalla gente comune ma anche dai chuánqí di epoca Tang e dalla produzione letteraria precedente, inoltre anche da un testo del XV secolo che trattava il tema del fantastico. Altri testi furono inventati da lui.

Shen Fu (1763-1809) scrisse un altro racconto abbastanza atipico, il “Fú shēng Liù jì” (浮生六记), “Sei racconti di vita fluttuante/ irreale”, ma non è né una novella né un romanzo. È considerato il primo racconto (in prosa) autobiografico. È costituito di sei parti di cui ne sono rimaste solo quattro. Shen Fu racconta in prima persona il suo rapporto con la moglie. Non è classificabile come novella perché si tratta di sezioni strettamente collegate fra loro. Infatti è il primo esempio di prosa autobiografica (che di solito invece erano molto più sintetiche). Questo testo è molto più lungo ed è ambientato nei primi anni del IX secolo; in diversi punti dà dettagli di vari eventi (come accade in un diario). È la prima volta che un letterato cinese entra in dettaglio della sia vita privata e lo fa in modo molto schietto e sincero. Il testo è molto studiato ed è descritto da varie angolazioni. Ogni sezione mostra un aspetto  diverso della sua vita. Nella prima parte parla dell’innamoramento per la moglie, Lun, la loro complicità e così via. La seconda sezione continua a parlare del loro rapporto e in più dei loro passatempi (comporre poesie, il giardinaggio..). La terza sezione mette in evidenza il rapporto visto in modo negativo da parte dei loro familiari (era consuetudine pensare che una donna talentuosa attirasse disgrazie). Dalla quarta sezione Lun è morta e Shen fa un viaggio e conosce un’altra donna continuando la sua vita pur in memoria della sua prima moglie. Con questo racconto si ha per la prima volta una persona che parla in modo diretto dicendo quello che prova in prima persona. Lun è una donna colta ma più per determinazione ed intelligenza che per possibilità economiche (a quattro anni sapeva già recitare il “Pipa Xing” di Bai Juyi). Lun, per quanto riguarda la cultura, viene aiutata anche da Shen. Shen non è benestante, va avanti vendendo calligrafie e dipinti.

Il bǐ(笔记) è un genere di prosa e sono annotazioni scritte col pennello. Servono a ricostruire i momenti primari dei letterati, ma alcuni bǐ hanno qualcosa che li collega tutti insieme. Una di queste raccolte è intitolata “Zi bu yu” (子不语), “Quel che il maestro non disse”, di Yuan Mei. “Guai li luan shen” (怪力乱神) è la frase di una sezione dei Lunyu di Confucio. Mei fu critico e come tale sottolineò l’importanza dell’espressione spontanea dei sentimenti in poesia (scrisse soprattutto gushi). Yuan Mei (1716-1798), in una serie di scritti brevi, parla del sovrannaturale e prende parte ad un dibattito diffuso fra i letterati di quel tempo fra cui ricordiamo Ji Yun che scrisse anche lui un trattato sul sovrannaturale (“Yuewei caotang biji”, “Annotazioni dalla capanna per esaminare le minuzie”). Yuan Mei, però, ne parla come di un genere di intrattenimento, privo di logicità, contrariamente a Ji Yun (o Ji Xiaolan) che afferma l’autenticità del mondo fantastico. Ricordiamo Li Yu per i testi erotici.

 

 

 

ROMANZO:

il romanzo in questo periodo viene presentato come una mistura di verità e fantasia (in parte autobiografico o storico e in parte onirico o ideale): l’autore si presenta come colui che può manipolare a proprio piacimento il corso della storia e allo stesso tempo commentando il proprio ruolo con ironia. Inoltre questo periodo (1650-1875) vede nascere due filoni principali:

1) romanzi scritti da letterati per letterati: i cui autori erano generalmente noti, erano composti da struttura nota e potevano essere brevi (tra i 12 e i 26 capitoli) e lunghi (dai 50 ai 100 capitoli). Quelli brevi potevano essere “di talento (rivolto all’uomo) e di bellezza (rivolto alla donna)” o “riduttivisti” come “Il tappeto di preghiera di carne” di Li Yu. Quelli “di talento e di bellezza”

(caizi jiaren xiaoshuo), che fiorirono dal XVII secolo,  presentano spesso una trama che si sviluppa intorno ad una storia tipica: un bel giovane dotato di talenti letterari ama una ragazza bella e intelligente, lui riesce a superare gli esami e il finale è sempre a lieto fine. Quelli “riduttivisti” hanno come caratteristica o la presenza di un unico registro linguistico o il ruotare della vicenda sempre intorno ad un tema o ad un punto centrale, quindi hanno una riduzione della visione complessiva che viene affrontata solo da un punto di vista.

2) romanzi scritti da autori di istruzione “media” (spesso anonimi) per un pubblico non colto, sono spesso scritti da tanti autori ed hanno trame preesistenti, spesso di tradizione orale. Una categoria di questo filone è rappresentata dai “romanzi militari” spesso incentrati sulla vita di un eroe in particolare e della sua prole. Tali romanzi traggono spunto da cicli di storie popolari in cui, col passar del tempo, venivano attribuiti ai protagonisti gesta sempre più spettacolari. Il linguaggio utilizzato è spesso un semplice wenyan con elementi tratti dal linguaggio parlato. Questi romanzi possono essere considerati i precursori dei più tardi wuxia xiaoshuo (romanzi sui cavalieri erranti).

Del primo filone, rispetto ai romanzi del periodo precedente, quelli di epoca Qing sono un po’ più statici anche proprio per quanto riguarda la vita dei protagonisti. Sono meno dinamici nell’azione che viene compensata da un contesto di fondo che è la “bipolarità complementare” cioè la presenza di due poli opposti e complementari poiché l’uno esiste in funzione dell’altro. Gli opposti si incarnano in due personaggi o anche in un solo personaggio che deve lottare fra due elementi contrastanti presenti nella sua personalità (es: apparenza e verità, cattivo e buono, uomo e donna). Uno dei primi romanzi ad avere con queste caratteristiche fu la “Storia dei Sui e dei Tang” (Sui Tang Yanyi) di Chǔ Rénhuò (1665) costituita di 100 capitoli (lungo) che è firmato e presenta una prefazione. Narra gli eventi storici dal 570 al 770 (periodo fra Sui e Tang). Inizia con l’ascesa dell’imperatore Yang e finisce con la fine della rivolta di An Lushan. La prima metà dell’opera della storia d’amore fra l’imperatore Yang e la concubina Zhu ma anche del campo di battaglia. Il lusso e lo sfarzo del palazzo imperiale si contrappone alla durezza della vita quotidiana in tempo di guerra soprattutto da parte dei contadini. La seconda metà vede come protagonisti l’imperatore Xuanzong e la concubina Yang Guifei che si erano comportati come Yang e Zhu. Xuanzong e Guifei sono visti dall’autore come l’incarnazione di Yang e Zhu e questo è proprio il collegamento fra le due parti del romanzo. “Sui Tang Yanyì” si differenza dal “Sanguo Yanyì” (che rappresenta il declino dello stato più che le vicende umane) perché si concentra più sulla persona che sul declino dello stato. La persona, comunque, influenza la storia e la vita dello stato. Il mal governo viene infine punito, e infatti Xuanzong e Guifei finiscono per separarsi.

Altro romanzo scritto da letterati per letterati è “Rúlín wàishǐ” (儒林外史con 外史=storiografia informale, non ufficiale), “La storia eterna della foresta letteraria” (o “Storia informale dei letterati”) scritta da Wú Jìngzǐ (吴敬梓), 1701-1754, che visse durante il regno di Qian Long il quale fu anche un censuratore di opere imponendo tabù sulle opere e a qualsiasi riconoscimento delle opere Ming. Dato che Wu voleva parlare dei letterati Qing ma poteva essere censurato, lo fece parlando di quelli di epoca Ming. La famiglia di Wu era una famiglia di letterati affermati, ma lui, dopo aver superato il primo livello di esami, è costretto a stare in lutto per tre anni a causa della morte del padre. Ad incominciare dal funerale incomincia a sperperare i beni familiari e inoltre rinuncia alla carriera letteraria incominciando la critica verso la classe dei letterati. Oltre a “Rulin Waishi”, che è considerato il primo romanzo di satira politica e di costume cinese, Wu scrisse poesie. La forma satirica del romanzo serve a dare un messaggio alla società e lo fa criticando alcuni soggetti specifici fra cui gli esami che erano costruiti più in base alla memoria dell’esaminante che in base al suo ragionamento sui testi. Gli esaminandi, infatti, dovevano essere capaci di memorizzare stili e saperli recitare. Inoltre si era formato una sorta di clientelismo per cui un letterato passava a seconda dell’accompagnatore. Chi passava, però, non era detto che riuscisse a lavorare, cosa che invece accadeva a chi era in grado di pagare. Nella sua opera Wu critica anche la corruzione delle persone che dovevano regolamentare la vita nella società e letterati che sperperavano fondi destinati al bene comune. Altra critica viene rivolta alla superstizione e alle credenze sul sovrannaturale. “Rulin waishi” è costituito di 50 capitoli (anche se la versione più lunga ne ha 56). Affronta il tema dei letterati parlando dei tratti più decadenti ma solo dopo aver narrato la storia di un letterato esemplare che dimostrò integrità mentale per la rinuncia ai piaceri. Il personaggio principale perde il padre e si dedica alla famiglia; nel tempo libero si dedicava da autodidatta alla pittura del paesaggio. La storia di questo letterato giunge alle orecchie di un funzionario che lo chiama per riceverlo ma il letterato rifiuta l’incontro perché sapeva che quel funzionario era corrotto e non vuole essere premiato da una persona così povera d’animo. Dopo il racconto di questo letterato esemplare Wu incomincia a raccontare le storie di una serie di personaggi negativi. Questi altri racconti sono abbastanza frammentari ed autonomi, separati fra loro anche se la struttura del romanzo è resa unitaria dal fatto che alcuni personaggi ritornano sempre anche nei capitoli seguenti a quelli in cui sono stati analizzati come personaggi principali per diventare almeno comparse. Altro legame nel romanzo sono una serie di esempi morali positivi da seguire (come la morale confuciana). Si discosta dai romanzi più antichi per struttura e stile: le espressioni dei cantastorie sono scarsamente impiegate e non presenta inserzioni di distici, poesie o descrizioni in versi (invece presenti in prosa). Nonostante sia un romanzo del primo filone è scritto tutto in bái huà (la lingua vernacolare) anche se più chiara e pulita. All’interno dell’opera sono presenti poesie: l’opera si apre con uno cí e si chiude con uno cí. Quest’opera fu pubblicata 50 anni dopo la morte di Wu.

Altro testo riconducibile al primo filone è “Hóng lóu mèng” (红楼梦), di Cǎo Xuéqīn (曹雪芹), 1724-1764. il nonno paterno di Cao Xueqin era Cao Yin, un protetto dell’imperatore Kangxi, che era il direttore della manifattura tessile a Nanchino. Grazie ai suoi contatti con la casa imperiale, due figlie di Cao Yin andarono in spose a due membri della famiglia imperiale. Ma per stipulare questi due matrimoni si dovevano pagare ingenti somme (poiché le due figlie diventavano principesse), ma finché i rapporti con l’imperatore erano buoni gli Cao vivevano abbastanza nello sfarzo di cui poté godere anche lo stesso Cao Xueqin fino all’età di 12 anni circa. Con la morte di Kangxi, però, salì al trono Yun Zhen che volle sbarazzarsi di tutti i protetti dell’ex imperatore, compresa la famiglia Cao. Agli Cao fu concesso di rimanere nella capitale ma subirono forti espropriazioni. Pian piano la famiglia Cao decadde. Fortunatamente Cao Xueqin riuscì a vivere grazie alla sua cultura insegnando nelle scuole, facendo il precettore e vendendo proprie pitture. La versione originaria del suo “Hong lou meng” era costituita di 80 capitoli ma ora ne abbiamo una di 120. Parte, infatti, cioè gli ultimi 40 capitoli, sarebbero stati scritti da Gao È, conoscente di Xueqin, che avrebbe anche corretto il resto del romanzo a volte anche cambiando il senso originale della struttura oltre che della lingua (a causa delle censure imposte dal nuovo imperatore Qian Long). Si dice che  questo romanzo, proprio per alcune somiglianze con la vita dello stesso autore, sia autobiografico. Il titolo è spesso tradotto come “Il sogno della camera rossa” dove “hong lou”, però, designa più gli appartamenti femminili che una singola camera. Altro titolo che Cao volle dare al romanzo è “Shí tóu jì” (石头记), “Storia della pietra” (cioè la giada che ha in bocca Jia Baoyu al momento della nascita o anche quella menzionata nel mito di apertura del romanzo). Il romanzo si apre con la Fata dell’Improvviso Risveglio che deve riparare la volta celeste con una serie di pietre, una delle quali (Baoyu) non viene utilizzata e che per magia diventa cosciente incominciando a prendersi cura di una pianta che sta per morire (Gioiazzurra, o meglio Lin Dayu) la quale, una volta in forze, volle dimostrare eterna gratitudine alla pietra pagando il debito, in una vita posteriore, con le lacrime. Dopo questo mito iniziale, il romanzo parla di questa vita postuma e dell’incontro fra pietra e pianta, Baoyu e Dayu, e infatti Baoyu nasce con una giada in bocca. La famiglia Jia vive in principio in grande splendore che poi si sbiadisce economicamente anche a causa del peggioramento di salute di donna Fenice (o Wang Xifeng), l’amministratrice della casa, ma anche dal punto di vista morale con il ritrovamento di un romanzo “sconcio” nel parco della tenuta familiare. Altro punto che può essere considerato autobiografico è lo sposalizio di due ragazze della famiglia con membri della casa regnante. Altro motivo di sperperamento di soldi sarebbe quindi stato evoluto per l’accoglimento nella casa d’origine delle due figlie ormai diventate principesse e che quindi dovevano essere trattate con decoro. Baoyu è innamorato di Dayu ma non disprezza neanche Jia Baochai ed è l’unica persona di sesso maschile che è ammesso negli appartamenti femminili. Altra chiave del romanzo, oltre a quella autobiografica e sentimentale, è dal punto di vista della dottrina buddhista per cui tutto è transitorio. Altra interpretazione è in chiave politica: la famiglia Jia sarebbe il riflesso dell’impero di Kangxi, che poi si sarebbe corrotto. Quella più accreditata, però, rimane quella autobiografica. “Hong lou meng” può essere così divisa:

-prima parte: (capitoli 1-23) ambientazione delle vicende centrali. Aggiunta continua di nuovi personaggi:

-seconda parte: (capitoli 23-80) succedersi di vicende;

-terza parte: (capitoli 80-120) …. .

Il motivo del successo di quest’opera è dovuto principalmente per lo stile (che è pulito, lessicalmente ricco ma non difficile e nel quale sono presenti poesie di alto livello) e per il contenuto (è, infatti, un romanzo enciclopedico con vicende storiche e culturali del tempo parlando soltanto di alcuni fatti che si ricollegano alla tenuta familiare). Le chiavi di lettura di “Hong lou meng” possono essere:

1)      il sogno: ricordiamo il quinto capitolo che tratta del sogno più importante del libro. In questo capitolo Baoyu incontra la Fata dell’Improvviso Risveglio che gli mostra la vacuità del mondo della polvere rossa (=mondo delle passioni e del trasporto, della bramosia e del desiderio incontrollato, mondo transitorio e illusorio che allontana l’essere umano dai suoi doveri) e lo fa facendogli fare un’esperienza sessuale con una donna che ha tratti comuni a Jia Baochai (apprezzata per il suo buon senso) e Lin Dayu (che ha passato un’infanzia complicata). Ma invece di indurre Baoyu a non concedersi ai piaceri della carne, la fata scatena in lui la reazione contraria. Altro sogno da ricordare è quello fatto da donna Fenice (o Wang Xifeng) che presagisce il suo crollo.

2)      la filosofia di base: c’è la compresenza di dottrina taoista e buddhista (data dalla presenza dei due monaci che compaiono all’inizio del romanzo). La compresenza viene giustificata da Cao dal suo ritenere le due dottrine come facce diverse della stessa medaglia. Il buddhismo nel romanzo è più incline alla corrente Chen ( o Zen) perché è fedele ad alcuni elementi taoisti anche se ci sono più riferimenti al pantheon buddhista. Nel romanzo appare anche il confucianesimo ma alcuni canoni non vengono rispettati, infatti non c’è separazione netta fra sessi: il personaggio che si rifà di più alle norme confuciane è il padre di Baoyu con il quale il ragazzo ha un rapporto difficile. Baoyu aveva perso il fratello maggiore che era l’erede e Baoyu, contrariamente al fratello, non era molto rispettoso delle norme confuciane. La presenza della dottrina è dimostrata anche dal rispetto dei lutti.

3)      la caratterizzazione dei personaggi: i personaggi, anche quelli minori, vengono definiti nel carattere. Inoltre, diversamente da molti romanzi cinesi come i “cáizǐ jiā rén” (才子家人), cioè i romanzi brevi (12-25 capitoli) di “talento e bellezza” nati dal 1600 e con trame stereotipate e destinati per un pubblico meno colto, non ha una conclusione ben determinata che punta ad un solo tema.

Un tema di spicco in “Hong lou meng” è, quindi, è la relazione fra realtà ed apparenza (se). L’uomo si mantiene attaccato all’apparenza attraverso il sentimento o desiderio per l’altro sesso (qing). Baoyu diventa, quindi, l’esemplare individuo umano testardo che non può raggiungere la purificazione e l’intuizione (della realtà) se non attraverso la sofferenza (portata dall’apparenza).

Altro romanzo è “Jìng huā yuán” (镜花缘), “Il destino dei fiori nello specchio” di Lǐ Rúzhēn (1763-1830), composto di 100 capitoli e fa parte sempre del primo filone di romanzi. È ambientato in un epoca precedente e parla dell’imperatrice Wu Zetian (690-705) dei Tang che dava molta importanza al buddhismo. Il romanzo inizia con l’ordine dell’imperatrice a far sbocciare contemporaneamente  tutti i fiori la notte di capodanno. Le fate dei fiori, impietosite dalla brutta fine che avrebbero fatto i funzionari se non avessero fatto sbocciare i fiori, fanno in modo che avvenga come abbia detto l’imperatrice. Vengono però punite e fatte scendere nel mondo terreno dove, dopo essersi reincarnate, dovranno purificarsi e riscattarsi. Una di queste fate, Bái Huā Xiānzi (白花仙子), la regina, si incarna in un letterato lealista, Tang Ao, il quale voleva il ripristino dello stato precedente dell’impero, quindi di un imperatore. Questa ex fata ormai letterato, però, viene rimandata a casa e gran parte del romanzo si concentra su questo viaggio. La prima parte, il viaggio di andata fatto da Tang Ao e la figlia (Guichen), racconta di tante zone e situazioni molto bizzarre durante il cammino, chiara critica verso alcune condizioni cattive della società cinese del tempo (ad esempio, in un paese, il letterato assiste al comando totale delle donne sugli uomini che portano orecchini ed hanno piedi fasciati). La seconda parte si concentra nel viaggio del ritorno fatto dalla figlia del funzionario espropriato, Tang Guichen. Per purificarsi, le fate devono fare un esame  nella capitale. Le poesie che vengono mostrate nel romanzo, a questo punto, servono anche per mostrare l’abilità dell’autore stesso. La terza parte narra dello scontro fra lealisti e sostenitori dell’imperatrice Wu, dei quali avranno la meglio i lealisti, quindi l’impero tornerà ad essere come un tempo e le fate torneranno nel loro regno. I fiori dello specchio si riferiscono alle fate dei fiori ma metaforicamente anche all’illusorietà, la visione limitata degli esseri umani. Per l’autore, infatti, gli esseri umani sono intrappolati fra realtà ed apparenza. Questo romanzo è importante anche perché utilizza l’elemento della satira (soprattutto parlando del fantastico) che contribuì alla modernizzazione della mentalità verso l’occidente. Dal contatto con l’occidente, nel tardo 1800, vengono tradotti anche trattati scientifici (di chimica, fisica, geografia..) e a fine secolo anche di filosofia, logica, sociologia, economia politica e romanzi occidentali.

Altro testo è “Lao Can youjì” (老残游记), “Memorie del viaggio di Lao Can” o “Racconti di viaggio del vecchio rifiuto”, di Liu È (1857-1909), costituito da 20 capitoli. Liu È era figlio letterati che si rifiutò di fare il funzionario e intraprese una carriera scientifica studiando medicina ed interessandosi alla matematica. Era anche poeta e saggista, scriveva in lingua classica e si occupava di iscrizioni oracolari antiche. In “Lao Can youji”, il protagonista è un medico che durante il viaggio incontra difficili situazioni a cui trovare rimedio e gli vengono richiesti incarichi importanti che, come l’autore, rifiuta. Lao Can preferisce vivere in modo più modesto. Nel primo capitolo è presente una metafora (che è anche un sogno) in cui la Cina viene paragonata ad una grande barca (lunga 24 nodi come le 24 province della Cina del tempo) che sta per affondare e bisogna trovare una soluzione per farla rimanere a galla. La grande nave è l’impero Qing, la barchetta (che è quella che utilizza Lao Can per il viaggio e che ospita anche altre persone) può rappresentare sia la piccola parte dei letterati disposti all’ammodernamento con tecniche occidentali per il loro paese, sia la piccolezza di vastità dei paesi occidentali. Questa nave viaggiava da secoli senza troppi problemi ma all’improvviso (con la rivolta dei Taiping e dei boxer) scoppia la tempesta. Con l’arrivo della barchetta e dei suoi strumenti tecnologici (come le tecniche occidentali) si discute molto nella nave se utilizzare questi strumenti o annientare i passeggeri della barchetta perché portatori di disgrazia. Questo romanzo è stato uno dei primi ad interessarsi alle vicende storiche poiché i romanzi spesso si limitavano ad analizzare vicende personali.

TEATRO:

mentre la poesia non è il genere che brillò di più in epoca Qing, il contrario si può dire del teatro. Agli inizi del XVII secolo è sempre più chiaro che l’area più attiva del paese fosse la zona a sud del Fiume Azzurro (Chang Jiang) che aveva avuto rapporti con paesi occidentali ed orientali. Questa fioritura economica di questa zona portò grande benessere economico e stimoli culturali e il genere che fiorì di più fu quello teatrale. Nascono molte compagnie sovvenzionate pubblicamente. Città come Suzhou avevano compagnie riconosciute che beneficiavano di fondi pubblici e facevano rappresentazioni per il pubblico. Le opere messe in scena erano i chuánqí (opere che riproducevano il genere Tang), opere lunghe rappresentate in più giorni (mentre al nord c’era lo zá). In questo periodo nasce anche la compagnia privata che rappresentava, a differenza di quella pubblica (che rappresentava opere intere), brani singoli o parti di storie. È forse con la nascita delle compagnie private che hanno origine generi teatrali diversi dallo zá di epoca Yuan e che rispetto a quelli originali andavano da 1 a 10 atti (mentre quello originali era di 4 atti) e quindi erano rappresentati anche in più giornate. Il nuovo zá utilizzava melodie del sud e del nord e la parte cantata veniva rappresentata da più attori. Anche gli strumenti erano vari e non solo tamburi. Nel XVII secolo nascono anche le prime drammaturghe cinesi come Lia Xiawa (?). Queste autrici scrivono zá di nuova generazione. Fra nuovo zá e chuánqí, però, quello più diffuso rimane il chuánqí. Gli autori di chuánqí di quest’epoca incominciano a diventare famosi anche in vita, scrivono premesse e non si vergognano (come in passato) di scrivere per il genere teatrale, in passato considerato non dignitoso per un letterato. Vengono stampate trame di rappresentazioni e nasce la critica drammaturgica del valore estetico delle opere teatrali. La critica è presente fin dalla nascita dello zá ma si concentrava su come doveva essere impostato il testo, sulle rime più ricorrenti, le cose da evitare e così via, finendo per essere più manuali tecnici che critiche vere e proprie. Solo in questo periodo, quindi, nasce la vera e propria critica e questo grazie anche al novellista Li Yu (李渔) che scrisse anche opere teatrali e aveva la sua compagnia teatrale costituita da donne che rappresentavano testi scritti da lui stesso. I suoi testi partivano spesso da eventi storici di quell’epoca ed erano affrontati in modo abbastanza comico. Fu anche autore di critica drammaturgica “Note sparse sulle gioie dell’ozio” (“Xianqing ouji”). In questa miscellanea di prosa, sviluppa una teoria sul teatro che sottolinea la rappresentabilità dei testi e il loro potere d’attrazione per un pubblico vasto ma in maggioranza analfabeta. Questo suo girovagare senza farsi sempre pagare venne contestato da altri autori più elitari. Nel sud dal XVII secolo si sviluppò anche la corrente del kūn qǔ (che si sviluppò nelle aree di Kun Shang, vicino a Suzhou), aree raffinate con testi elaborati. In questa variante popolare la canzone giocava un ruolo più ampio rispetto a quello tipico di altre varianti regionali. All’interno del kūnqǔ si ebbe poi una scissione fra temi: le storie d’amore in stile raffinato e le storie popolari o eventi in toni più leggeri. Li Yu faceva parte del secondo movimento e pensa che il teatro dovrebbe essere accessibile a tutti. Il primo genere utilizza spesso il dramma amoroso per raccontare vicende storiche.

 Della seconda corrente ricordiamo Hóng Shēn (红深,1645-1704) e Kǒng Shàngrén (孔尚仁, 1648-1718). Hong scrisse “Chángshēn dian” (长生殿), “Il palazzo di lunga vita”, che mette in scena una vicenda già tanto affrontata in molte altre opere: parla di Xuanzong e Yang Guifei. Quello di Hong è un dramma in cui l’imperatore e la concubina sono molto innamorati, Yang Guifei è molto delicata e non vuole interferire nelle vicende politiche. Questo racconto era rivolto ad alcuni regnanti della fine della dinastia Ming che avevano determinato il crollo della dinastia stessa. I parallelismi fra Tang e Ming sono molti (a partire dalla rivolta al mal governo). In quest’opera i due amanti si ricongiungono nell’aldilà. An Lushan è una figura buffa (si crede dotato di qualcosa di sovrannaturale che però, non ha ed anzi, è un codardo). Kong, invece, scrisse “Tao Hua shan” (桃花扇), “Il ventaglio dei fiori di pesco”, che è ambientato negli anni della caduta Ming. I protagonisti sono personaggi storici che vogliono sposarsi ma una serie di eventi storici (come le rivolte) e personali non glielo consentono. Per sfuggire ad un altro matrimonio lei si sfigura la faccia e le gocce di sangue vanno a finire su un ventaglio bianco formando un disegno che sembra raffiguri fiori di pesco. Infine i due amati si ritrovano per caso in un monastero ma invece di sposarsi si fanno entrambi monaci. Così le vicende storiche vanno ad influire in quelle personali.

 

Bibliografia: appunti lezioni della prof.ssa Casalin e "Letteratura cinese" di Idema-Haft

 

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