Storia e tratti generali del Tibet (seconda parte)

 Ad ogni modo nel XV secolo si faceva strada un nuovo ordine, quello dei dGe-lugs-pa (l’ordine del “modello di virtù” conosciuto anche come l’ordine dei “berretti gialli”) che diversamente dagli altri non si basava su contatti culturali recenti con l’India e il Nepal ma rappresentava un tentativo al ritorno di interpretazioni più fedeli degli insegnamenti dottrinali e morali del buddismo indiano. Scaturì dall’insegnamento del saggio Blo-bzang Grags-pa meglio conosciuto come Tsong-kha-pa (1357-1419). Dopo aver studiato (come tutti i devoti potevano fare) la disciplina monastica (Vinaya), gli insegnamenti della “Perfezione della Saggezza”(cioè la dottrina del vuoto universale), la filosofia logica (cioè la letteratura canonica non tantrica), la dottrina della “via di mezzo” (di Nagarjuna), la retorica, l’arte del dibattito, i cicli tantrici, la medicina, il canto e la danza rituali fu istruito nelle pratiche rituali di meditazione sulle grandi divinità e dèi di conoscenza diventando presto noto come maestro e scrittore. Scrisse una completa relazione della dottrina (Lam-rim), istituì la cerimonia annuale dell’anno nuovo con la “grande preghiera” e fondò il proprio monastero di Ri-bo dGa’-ldan (= la montagna felice) con cui vennero designati i seguaci dGe-lugs-pa (=modello di virtù) in principio. Furono chiamati “berretti gialli” dagli occidentali (mentre all’interno dei Karma-pa esisteva il ramo dei “berretti rossi” e quello dei “berretti neri”). La scuola dGe-lugs-pa si distinse subito dalle altre per l’osservanza della disciplina monastica (tanto da essere paragonata ai bKa’-gdams-pa) e anche per non prendere parte alle rivalità politiche del momento. Altri due famosi monasteri dGe-lugs-pa sono ‘Bras-spungs (Drepung del 1416) e Se-ra (del 1419) nei pressi della capitale. Il terzo successore di Tsong-kha-pa, dGe-‘dun-grub (Gedundub), fu il principale autore della trasformazione dell’ordine dGe-lugs-pa che incominciò ad espandersi, inoltre, fondò il nuovo monastero di bKra-shis-lhun-po (Tashilhunpo) vicino a Shigatse. dGe-‘dun-grub si trovò un successore, dGe-‘dun rGya-mtsho (Gedun Gyamtso), che fu considerato il 2° Dalai Lama e che continuò l’operazione di diffusione dell’ordine dGe-lugs-pa che ora aveva il più grande monastero tibetano, quello di ‘Bras-spungs. A dGe-‘dun rGya-mtsho successe come incarnazione bSod-nams rGya-mtsho (SonamGyamtso), e da questo periodo in poi il monastero di bKra-shis-lhun-po venne affidato ad una serie di Lama adulti (cioè non reincarnazioni) successivamente considerati Lama Pan-chen. SonamGyamtso ricevette l’illustre titolo di Dalailama (con dalai=oceano in mongolo) e fu considerato il terzo Dalai Lama, nonostante il termine nasca in questa situazione da Altan Khan, perché il titolo fu attribuito retroattivamente anche alle sue due reincarnazioni precedenti (cioè Gedundub, discepolo diretto di Tsongkhapa e fondatore di Tashilhunpo, e Gedun Gyamtso, abate di Tanshilhunpo). Questo terzo Dalai Lama veniva da una famiglia illustre e grazie a ciò, oltre ad estendere ancora più l’azione missionaria del suo predecessore, colonizzò anche alcuni monasteri di vecchi ordini come gli ordini di ‘Bri-khung e Phag-mo-gru che erano stati abbandonati: ma l’ordine dGe-lugs-pa restava ancora l’unico ordine incontaminato dal potere temporale e ancora devoto alla semplicità monastica e alla tranquilla austerità nella devozione rituale che gli altri sembravano aver perso. Fu con l’incontro fra Altan Khan, capo del ramo mongolo dei Tumed (tumet? Pag 61) nonché capo più potente (ma non supremo) fra tutte le tribù mongole, e bSod-nams rGya-mtsho nel 1578 che i dGe-lugs-pa si trasformarono da una forza puramente spirituale ad una forza politica dello stesso tipo esatto degli altri ordini tibetani. Il terzo Dalai Lama viaggiò per i territori mongoli e degli Oirat e alla sua morte la sua reincarnazione venne trovata in un bisnipote di Altan Khan che fu portato in Tibet e da qui inizia un periodo di lotte intestine fra monasteri che presto implicò l’aiuto dei mongoli richiesto dai monaci: fra gli oppositori vi era il sovrano di gTsang che era ancora il principale potere politico in Tibet e sarebbe potuta essere l’ultima occasione del Tibet di ristabilire un’amministrazione laica che mantenesse gli affari di stato al di fuori del controllo monastico troppo interessato. Nel 1616 morì il quarto Dalai Lama, Yontan Gyamtso, e nel 1617 venne trovato il successore, Ngag-dbang Blo-bzang rGya-mtsho (Ngagwang Lobsang Gyamtso). Il ramo degli Oirat, i Qosot meglio conosciuti come Dzungar, inflisse una sconfitta sui discendenti di Gengis Khan. I seguaci dGe-lugs-pa chiesero l’aiuto dei mongoli e in particolare al capo di questi Dzungar, Gushri Khan, che riuscì a sconfiggere il re di gTsang affiancato dai berretti rossi Karma-pa. Una volta preso il potere di quasi tutto il Tibet (quasi contemporaneamente ai Manciù in Cina nel 1664) grazie ai mongoli (nonostante l’imposizione di un reggente), il quinto Dalai Lama viaggiò per tutto il territorio trasformando alcuni monasteri in centri dGe-lugs-pa e sostituendo i principi-governatori locali con i suoi sostenitori: gli unici ad essere quasi ignorati furono i Bon-po e i rNying-ma-pa che avevano dei piccoli centri mentre quelli a soffrire di più furono i Jo-nang-pa che si videro chiudere tutti i loro centri in modo da essere utilizzati dai dGe-lugs-pa. Ad ogni modo i dGe-lugs-pa rimanevano comunque l’ordine più sincero ed attivo fra gli ordini tibetani. Il loro modello di organizzazione (della vita monastica?) influenzò vari ordini fra cui quello Bon-po. Intanto in Cina si erano stabiliti i Manciù che prima della vittoria dei dGe-lugs-pa  durante la loro ascesa avevano visto i Karma-pa, i dGe-lugs-pa, il re di gTsang e Gushri mandare ambasciatori nella loro corte per assicurarsi il sostegno di quella che sembrava il potere ascendente in Asia. Cercando un pretesto per introdursi in Tibet, quindi, dopo la loro ascesa al potere imperiale cinese, i mancesi interpretarono quelle vecchie richieste d’aiuto da parte di vari ordini come atto di sottomissione (cosa che fu semplice dato che la teoria politica cinese escludeva completamente la possibilità di relazioni diplomatiche alla pari con qualsiasi altro paese). Inizia un profondo interesse da parte dei mongoli verso la dottrina buddista appresa dai tibetani così come in passato i tibetani si mostrarono così diligenti verso il buddismo indiano.

Durante il regno del 5° Dalai Lama, Lozang Gyamtso, vennero costruiti nuovi monasteri (soprattutto nel Tibet centrale) e nacque uno stile che invece di porre i monasteri in zone nascoste come accadeva in passato li poneva in zone più esposte e il culmine di questo tipo di architettura si può vedere nel Potala (fatto costruire dal quinto Dalai Lama), il palazzo del Dalai Lama che domina Lhasa: il nome del palazzo ha origine in quello di una montagna indiana consacrata a Shiva che buddisticamente è conosciuto come Avalokitesvara, il protettore del Tibet con cui furono identificati i Dalai Lama. Il 5° Dalai Lama fu il primo sovrano del Tibet che univa nella sua persona il potere spirituale e quello temporale anche se era coadiuvato da abili ministri uno dei quali, Sans-rgyas rGya-mtsho, nascose la morte del quinto Dalai Lama (nel 1682) mentre allevava la sua successiva incarnazione. Il quinto Dalai Lama sarebbe stato anche il primo a riconoscere nei Panchen Lama di Tashilunpo delle rincarnazioni. Il monastero di Tashilunpo era stato fondato da quel discepolo di Tsongkhapa che fu poi considerato il primo Dalai Lama mentre il secondo (retroattivamente) era stato suo abate: ora l’abate di Tashilunpo, Lobsang Chokyi Gyaltsen, il quarto dal primo, fu proclamato incarnato in virtù della “scoperta di testi nascosti”. Il Panchen Lama fu considerato incarnazione di Amithaba mentre il Dalai Lama come incarnazione di Avalokitesvara. Avalokitesvara era considerato da lungo tempo il santo patrono del Tibet, che si era già incarnato nello scimmione capostipite dei Tibetani e nel primo grande re buddhista Songtsen Gampo, e con la sua statua era associato ad una sorta di palladio al centro del regno, a Lhasa. La statua di Avalokitesvara e di Songtsen Gampo portano l’immagine di Amithaba sul capo poiché è da Amithaba che nasce Avalokitesvara.

Il primo missionario che arrivò in Tibet fu il frate gesuita Antonio d’Andrade nel 1624 e subito dopo lo seguirono i frati Cacella e Cabral mentre a Lhasa incominciava a svilupparsi una piccola comunità di musulmani provenienti dal Ladakh. Altri rapporti erano stretti con i Newar (del Nepal) ma erano per lo più di carattere opportunistico, in base ai servigi che avrebbero reso alla loro santa fede ed eccetto per quel poco appreso per scopi commerciali, i tibetani si interessarono difficilmente alla lingua nepalese o mongola o cinese: l’onere di mantenere il contatto toccava sempre agli altri mentre i tibetani continuavano a mostrare un’indifferenza generale per gli sviluppi sociali, culturali e politici dei paesi attorno a loro nonostante aderissero alla fede buddista tibetana.

La morte del 5° Dalai Lama, avvenuta nel 1682, fu nascosta da Sans-rgyas rGya-mtsho fino al 1695 quando si scoprì la verità e cercò di rimediare ponendo un suo protetto al trono, Tshangs-dbyangs rGya-mtsho (Tsangyang Gyamtso), scelta che si mostrò presto sbagliata dato il disinteresse di questo Dalai Lama verso una vita spirituale e la sua propensione per le donne, il canto e la danza. Nel 1697, quando il Tibet era affidato ancora ai discendenti di Gushri Khan nonostante la figura del 5° Dalai Lama avesse indebolito molto questo legame che era diventato solo nominale, un discendente Qosot (o Khoshot) nella persona di lHabzang divenne re ed era deciso a prendersi la sua fetta di potere. lHabzang entrò in conflitto con il 6° (ipotetico) Dalai Lama che però era intento a liberarsi della sua carica rinunciando, infine, ai suoi voti monastici lasciando via libera al re mongolo che fece del Tibet un feudo mongolo e divenne re del Tibet. Siccome il ministro-reggente Sans-rgyas rGya-mtsho (Sangye Gyamtso) aveva ereditato (dal 5° Dalai Lama), nella persona di Galdan, l’amicizia degli Dzungar che erano sempre stati in contrasto con Qosot e impero cinese, il re mongolo del Tibet Lhabsang Khan (lHabzang) e l’imperatore cinese Kangxi si organizzarono per ucciderlo. Alla morte di Sans-rgyas rGya-mtsho l’imperatore Kangxi accordò il riconoscimento formale a lHabzang come governatore tibetano in cambio dell’offerta di un tributo: il Tibet divenne il vassallo formale della Cina. In seguito lHabzang decise di destituire il 6° Dalai Lama, vergogna di tutti i Dalai Lama (anche se nessuno dei più potenti Lama si era preso il compito di sconfessarlo) e lo condusse in Cina dove il ragazzo morì durante il viaggio. Al suo posto lHabzang installò uno dei suoi protetti che però non venne mai accettato dal popolo tibetano che aspettava la vera reincarnazione del 6° Dalai Lama. Per  questo motivo i tibetani ebbero l’appoggio nella vecchia amicizia con gli Dzungar che partì nel luogo in cui era stato trovato la nuova reincarnazione, il 7° Dalai Lama, che però era già scortato dall’esercito cinese. Gli Dzungar arrivarono a Lhasa uccidendo lHabzang e saccheggiando tutto, senza portare in salvo la nuova reincarnazione. Il 7° Dalai Lama, bsKal-bzang rGya-mtsho (Kesang Gyamtso), fu installato nel 1720 dopo che i cinesi erano giunti in Tibet per liberarlo dalla piaga degli Dzungar (che avrebbero costituito un pericolo per l’impero se si fossero installati in Tibet influenzando la chiesa dGe-lugs-pa in Mongolia). Kangxi stabilì dei rappresentanti a Lhasa e fissò un decreto (non scritto) che sosteneva (in maniera arbitraria) che il Tibet era tributario della Cina già da ottant’anni (in base all’epoca in cui Karma-pa, dGe-lugs-pa e Gushri erano andati a chiedere aiuto ai manciù che stavano per ascendere al trono cinese): da quel momento in poi l’imperatore cinese (di origine mancese) fu tecnicamente sovrano del Tibet anche se i tibetani continuarono a considerare questa relazione con la Cina in termini del concetto tradizionale di Patrono-Sacerdote. Quindi nel XVIII e XIX secolo i Gelugpa ebbero l’appoggio di Kangxi. La Cina influenzò la forma di amministrazione tibetana ma altre funzioni del governo precedenti continuarono immutate. Durante tutta la vita di Kangxi l’esercito cinese rimase a Lhasa ma venne ritirato dal successivo imperatore ravvivando antiche rivalità fra signori tibetani: il risultato fu la reinstallazione dell’esercito cinese a Lhasa. Intanto il  titolo di Lama Pan-chen (= “grande sapiente”, attribuito alle autorità del monastero di bKra-shis-lhun-po perché uomini sapienti e che acquisì il principio di reincarnazione con il 5° Dalai Lama dopo che dichiarò che il Lama Pan-chen della sua epoca si sarebbe reincarnato) assunse carica temporale ed amministrativa ad opera di Kangxi poiché il 7° Dalai Lama era stato sospettato di fomentare i disordini del tempo e quindi, per ristabilire una forza equilibrante all’interno dei dGe-lugs-pa si operò in modo da alzare gli incarichi del Lama Pan-chen. Dopo la morte del nobile Kang-chen (che con Pho-lha si assunse il compito di supportare lHabzang) prese il comando il nobile Pho-lha bSod-nams sTobs-rgyas che riportò la laicità al di sopra dell’ex governo teocratico. Il governo di Pho-lha assicurò al Tibet un periodo di pace.

Nel 1716 i gesuiti si recarono nuovamente a Lhasa attraverso la missione di Desideri che pochi mesi dopo il suo arrivo parlava già abbastanza bene il tibetano, celebrava apertamente la messa e discuteva di questioni religiose con i nobili. Altra missione religiosa fu portata avanti dai Cappuccini che, al contrario di Desideri, non erano capaci di confrontarsi con i tibetani né erano abbastanza istruiti né erano in grado di affrontare discussioni sull’analisi delle credenze della loro religione e degli altri popoli (per non parlare del buddhismo). Successe, in seguito, che uno dei pochi convertiti da parte dei cappuccini si rifiutò di prosternarsi davanti al Dalai Lama e la situazione peggiorò quando si venne a sapere che i loro insegnamenti insultavano la dottrina buddista (in quanto Sakyamuni non veniva considerato un vero santo e che il Dalai Lama non sarebbe stata una reincarnazione): da questo momento in poi il Tibet incominciò a chiudersi in se stesso e in seguito avrebbe cacciato tutti quegli stranieri presenti nel suo territorio (religiosi, armeni, commercianti russi…).

Alla morte di Pho-lha (nel 1747) gli successe il figlio che creò una serie di disordini e quando incominciò a tessere intrighi con gli Dzungar i cinesi lo uccisero. Ne seguirono rivolte da parte di tibetani calmate dal Dalai Lama: nel 1750 l’imperatore cinese decise che nessun tibetano avrebbe più potuto accedere ad una carica di potere come quella di Pho-lha e del figlio e il Dalai Lama fu ristabilito al potere in modo da far terminare per sempre il periodo della supremazia laica. La Cina incominciò a proteggere il Tibet dalle invasioni straniere ma si riservò il diritto di controllare la scelta del nuovo Dalai o Panchenlama, imponendo diverse candidature fra cui si operava un’estrazione a sorte in presenza degli amban (i ministri cinesi).

Quindi dal 1757 in poi il capo dell’amministrazione fu un Lama dGe-lugs-pa con qualifica di reggente assistito da ufficiali monaci del suo ordine (dGe-lugs-pa) ed ufficiali laici della nobiltà dGe-lugs-pa. L’ottavo Dalai Lama, Jamphel Gyatso, si tenne lontano dalle attività mondane ma i Dalai Lama che susseguirono, dal 9° al 12°, morirono tutti giovani. Durante il periodo di governo di questi giovani Dalai Lama morti tutti presto il paese venne governato da un reggente (che agiva in nome del Dalai Lama) per mezzo di una burocrazia monastica ma ad ogni modo il controllo del governo e dell’amministrazione di tutto il Tibet (tranne che per pochissimi anni) non fu mai esercitato personalmente da alcun Dalai Lama. Allo stesso tempo gli Amban (=rappresentanti cinesi) che si susseguirono furono poco influenti mentre i reggenti (ministri al fianco del Dalai Lama come fu Sans-rgyas rGya-mtsho) acquisivano potere. Nel 1768 il sovrano di Gorkha, un piccolo principato nei pressi della valle del Nepal, allargò i propri confini arrivando a conquistare tutto il Nepal e presto arrivò ad invadere il Tibet. I Gorkha furono cacciati solo dall’esercito imperiale di Qian Long e i tibetani persero i contatti passati con i regni Newar nepalesi con alcuni dei quali continuarono a commerciale e scambiare contatti culturali a Lhasa. Intanto alla chiusura cinese verso i popoli stranieri (dovuta al timore delle influenze esterne disgregatrici) coincise l’identica chiusura tibetana verso gli stranieri.

In questo periodo si sviluppò una nuova forma di governo tibetano (da parte dei dGe-lugs-pa e in parte dai sovrani dell’antica nobiltà locale) composto di elementi tibetani preesistenti. Il potere dGe-lugs-pa, che incominciò ad insediarsi nel governo del Tibet dal periodo del 5° Dalai Lama, divenne il potere stabilito ed unificatore del paese nella persona del Dalai Lama assistito dalla nobiltà dGe-lugs-pa. La funzione di reggente, infatti, aveva fatto sviluppare una classe di ufficiali monaci di famiglia nobile che erano impiegati al servizio del governo. Gli ufficiali della nobiltà laica che erano sottoposti al Dalai Lama mantennero il dominio dei loro stati privati in cambio dei servigi resi al governo (nessuna famiglia nobile mantenne uno stato senza avere responsabilità amministrative). Ma la maggior parte del Tibet abitato finì con l’essere amministrato da governatori locali (nominati in coppia, solitamente un ufficiale laico ed uno monaco) responsabili in modo diretto davanti a Lhasa.

Durante il XIX secolo il Tibet entrò in contrasto con il popolo dei Dogra (una tribù indiana) che invasero il Ladakh con cui il Tibet aveva relazioni commerciali e in seguito i Gorkha (nel 1856) invasero il Tibet per la seconda volta andandosene solo dopo la promessa di un’indennità a lungo termine.

Il XIII Dalai Lama nacque nel 1876 sopravvivendo al tentativo di assassinio del proprio reggente.

Dopo un periodo di chiusura i tibetani si riaprirono con i russi e poi con gli inglesi che nel 1904 giunsero a Lhasa con la forza (senza invadere il territorio) dopo che il Tibet si era rifiutato di avere contatti con loro per timori di tipo culturale. Il trattato che ne seguì riconobbe la sovranità della Cina sul Tibet ma aperse il Tibet al commercio inglese. Intanto nel 1910 un generale era avanzato con il suo esercito fino a Lhasa dove appurò che il Dalai Lama era fuggito in India con i suoi ministri del governo. I cinesi si ritirarono nel 1911 quando iniziò un periodo duro in Cina. Nel 1912 il Dalai Lama tornò in Tibet e i rapporti con l’Inghilterra migliorarono: iniziarono i rapporti sulla civiltà tibetana e il Tibet incominciò ad essere conosciuto. Con la morte dell’imperatrice Ci Xi e dell’impero cinese il Dalai Lama si dichiarò libero dai legami di vassallaggio nei confronti della Cina che erano connessi unicamente alla persona dell’imperatore e si considerò sovrano a tutti i diritti. Importante lavoro sulla civiltà tibetana fu svolto da Charles Bell che si può dire abbia scritto la prima storia della cultura del Tibet (e approfondì l’opera tibetana Blue Annals). Ma ciò che più importava ad inglesi e tibetani erano i rapporti commerciali che furono incentivati grazie alla costruzione di una ferrovia che univa il Tibet al nord dell’India. Resta sempre una grande differenza tra l’avvicinamento dei tibetani agli indiani e ai nepalesi quando erano interessati alla tradizione buddistica e il loro avvicinamento a qualsiasi altro popolo e cultura con cui siano venuti a contatto in seguito: parevano incoscienti nel bisogno di comprendersi con gli altri popoli. Il miracolo della civiltà tibetana fu lo zelo che mostrò per il buddismo indiano che in tutta la sua storia è rimasto l’unica cosa per cui abbia sacrificato tutto, anche la sua indipendenza come nazione.

L’ordine monastico era formato da monaci provenienti da ogni sorta di strato della società e ognuno aveva un compito ben preciso (c’era chi si occupava dei campi, chi dei pascoli o del commercio, chi di intraprendere relazioni con contadini o nomadi, c’erano i monaci studiosi e quelli ordinari, cioè laici): i monaci non erano tagliati fuori dalla vita del paese ma tendevano anzi ad influenzarla in tutti i suoi vari aspetti e i monaci non erano necessariamente dediti solo agli interessi spirituali. Gli studi affrontati stavano nel campo della dottrina logica divisa in cinque branche principali di letteratura canonica non tantrica (logica, la “perfezione della saggezza cioè la dottrina del vuoto universale, la dottrina della via di mezzo, il tesoro delle nozioni filosofiche e la disciplina monastica) a volte seguite da speciali studi tantrici. Gli esami erano quasi tutti orali e prendevano forma di dibattiti convenziali. Categoria monastica a parte era costituita dai così detti dop-dop (ldab-ldob), gruppi autocostituitosi all’interno dei convitti che si sceglievano i nuovi membri e i loro capi: eseguivano i loro regolari doveri monastici come gli altri fratelli laici ma operavano strettamente come una fraternità chiusa.

La maggior parte dei monasteri tranne i “Tre Grandi” (cioè dGa’-ldan, Se-ra e ‘Bras-spung) attorno a Lhasa, quello di bKra-shis-lhun-po (che era il monastero del Pan-chen Lama), sku-‘bum e quello di Bla-brang, quello di sDe-dge e alcuni monasteri di media grandezza, gli altri monasteri tibetani erano molto più piccoli (dai 50 ai 200 monaci) e dipendevano principalmente dalle famiglie i cui membri erano monaci in modo che quelli più piccoli si svilupparono in relazione con i villaggi vicini provvedendo ai bisogni spirituali, di istruzione e culturali.

Il tredicesimo Dalai Lama, una volta ritornato in Tibet nel 1912, assunse il controllo personale del governo facendo i conti con una burocrazia ben affermata (dopo 150 anni in cui il controllo stava in mano della burocrazia). Nel 1923, dopo una serie di contrasti e incomprensioni fra Dalai Lama e Pan-chen Lama quest’ultimo fuggì in Cina per non fare più ritorno. Nel 1924 la Mongolia  è diventato paese indipendente comunista. Nel 1933 morì il 13° Dalai Lama. Nel 1949 la Cina riconosce il Tibet come minoranza etnica fornita di autonomia interna facente parte del proprio paese esplicitando di voler conservare i privilegi del Dalai e Panchenlama e di rispettare la tradizione religiosa. Dalla fine del 1950 il governo cinese aveva formalmente preteso il Tibet come parte integrante della Cina e dopo numerosi attriti fra popolo tibetano e quello cinese nel 1959 il nuovo  Dalai Lama (che assunse la piena autorità nel 1950) fuggì in India. Dopo la scomparsa dalla scena anche del Panchen Lama, i veri nemici della Cina erano ora la gente ordinaria tibetana che era così condizionata dalla forma tradizionale che per loro ogni cambiamento era inaccettabile e non avevano nulla da perdere. Dal 1959 i metodi sperimentati dalla dominazione cinese comunista hanno sortito un effetto distruttivo per la vita sociale tibetana. Le nuove generazioni tibetane sono state indotte a disprezzare tutti i valori tradizionali e sociali. Il signore locale e lo stato tradizionale sono stati sostituiti dal “partito”. Dal 1959 la religione e la cultura tibetane sono state proibite e nel 1966 sono pochi i monasteri ad essere sfuggiti alla distruzione. Nel 1979 la situazione si è attenuata

La vita tradizionale tibetana continua ad esistere in parte in piccole aree di territori limitrofi al Tibet (come in India o Bhutan…).

 

 

Bibliografia: – Il Buddhismo tibetano. Donald-Lopez

                   – Tibet, storia della tradizione, della letteratura e dell’arte. Richardson-Snellgrove

                   – La civiltà tibetana. Stein

 

 

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