Le correnti più famose fra le “cento scuole” (IV-III secolo a.C.)

Oltre ai precedenti libri menzionati (fra i 4 Libri), un altro libro di stampo confuciano è:

4)      Xúnzǐ (旬子), titolo del libro omofono al nome dell’autore (Xun Qing o Xun Kuang) che visse fra il 298 e il 238 a.C. È un confuciano anche lui ma ha idee opposte a quelle di Mencio. Per Xunzi l’essere umano nasce cattivo. Il testo di Xunzi è un libro in 32 capitoli indipendenti di cui uno parla solo della natura umana. La natura umana è cattiva nel senso che è priva delle virtù di cui parlava Mencio e questo vuoto può essere colmato da cose positive o negative. Quindi l’uomo nasce con delle lacune (anche se non è malvagio) e quello che deve fare è di cercare le cose positive da apprendere (ciò che accadrebbe soprattutto con lo studio). Se Mencio dice che l’uomo ha già dei semi, Xunzi dice che ne è privo o ne è carente. Mencio dice che la bontà si sviluppa con lo studio e con la consapevolezza, Xunzi dice che senza lo studio si diventa malvagi. Siccome il bene si ha solo con lo studio, se l’uomo viene lasciato a se stesso (dato che non ci sono possibilità oltre allo studio per coltivare il bene) diventa maligno. Quindi tutti tranne i fortunati che potevano permettersi di studiare erano cattivi anche se Xunzi dice che ci sono delle persone (saggi) che hanno in loro stessi una potenzialità talmente alta che possono diventare buoni da soli. L’opera di Xunzi è più “razionale” del Mengzi. L’approccio è più discorsivo, razionale e riflessivo nel Xunzi. Ci sono anche versi di poesia ma è assente il dialogo. Fra Mencio e Xunzi la Cina ha scelto Mencio. Lo sviluppo delle teorie di Mencio e Xunzi è dovuto anche al periodo (degli stati combattenti), periodo molto vivace anche dal punto di vista culturale (si parla di 100 scuole di pensiero di cui 9 molto importanti).

Alla rigidità propria del confucianesimo il taoismo ha opposto uno spirito libero da convenzioni sociali proprie dell’animo cinese. Il taoismo si fa portatore di uno stile ricco di paradossi e di iperboli, fantasie, immagini poetiche. Il carattere mistico e religioso del taoismo preesisteva ai tre filosofi taoisti che presentavano una corrente più colta rispetto l’originale per quanto riguarda le credenze religiose di origine sciamanica. Quella taoista è una concezione individualista.

Volume di grande importanza nella letteratura cinese è il Dào dé jīng (道德經, sempl. 道德经), il Classico delle virtù, successivo al Zhuāngzǐ (莊子, sempl. 庄子). Essendo un testo composto da listarelle di bambù era esposto a deperimento. Con l’invenzione della carta nel II secolo d.C. buona parte della tradizione letteraria venne riscritta su  carta e queste fonti divennero fisse (mentre con le listarelle di bambù si potevano aggiungere o togliere parti proprio grazie alla “mobilità” delle listarelle. Durante gli Han Occidentali (periodo di trascrizioni dopo l’enorme rogo dei Qin) furono trascritti testi confuciani e taoisti, venne ricostruito gran parte del materiale. Ma questo ha messo in difficoltà nel trovare il testo originario. Nel 1973 il Daodejing è stato ritrovato in un templio risalente al 200 a.C. Tra i due manoscritti c’è differenza sia nello stile sia nel contenuto. Laozi è una figura indefinita perché è considerato più una leggenda. Per alcune leggende Laozi verrebbe o dal cielo o da una madre che l’avrebbe partorito dopo 81 anni (ed è una delle ragioni per cui si chiama Laozi, il “vecchio bambino”). Si dice facesse l’archivista alla corte dei Zhou e proprio lì avrebbe incontrato Confucio. Laozi avrebbe scritto il Daodejing verso la fine della sua vita (IV secolo a.C.) quando si allontanò dalla società per andare verso ovest, ai confini del mondo conosciuto. Il guardiano del passo del confine chiese a Laozi di scrivere le sue conoscenze per lasciarle agli uomini. Lì nasce il Daodejing in 81 capitoli raccolti in due sezioni:

1)      la sezione che va dal 1° al 38° capitolo si chiama Daojing

2)      la sezione che va dal 38° al 81° capitolo si chiama Dejing.

I testi trovati a Mawangdui sono composti di capitoli diversi ed hanno le sezioni invertite (quindi il Dejing va dal 1° al 38° capitolo e il Daojing dal 38° al 81° capitolo).

Forse all’inizio non vi erano incipit. Non si sa neanche se l’autore sia proprio Laozi, una figura mitologica. Forse è stato scritto da più persone, o è frutto di varie riflessioni di vari pensatori che erano “intellettuali- pensatori” che dibattevano in piccole cerchie e avevano un maestro: forse Laozi era uno di questi maestri che aveva fatto del Dao e del De il suo modo di vivere.

1° passo del Daodejing (tipo di poesia sapienziale con una certa cadenza metrica a scopo trasmissivo):

道可道非常道 (dào ke dào fei chang dào)

Il Dào che può essere detto (dào)/descritto non è la via costante/immutabile

名可名非常名 (ming ke ming fei chang ming)

Il nome (delle cose) che può essere nominato non è il nome costante

无名天地之始 (wu ming tian dì zhi shi)

Senza nome è l’inizio di cielo e terra

有名万物之母 (you ming wan wù zhi mu)

Avere nome è la madre delle dieci mila cose.

Nel Daodejing vengono esposti, in uno stile oscuro ma avvincente, i principi della prudenza, dell’umiltà, della sobrietà. Vengono dati suggerimenti indirizzati al sovrano ideale. L’uomo dovrebbe svolgere le sue attività in maniera naturale e spontanea, senza strafare, limitando i propri desideri in modo da evitare l’insuccesso. Questo principio, se è semplice per i bambini e per il popolo (per i quali è un dono di natura) per il saggio è una conquista spirituale. Applicando questi principi alla politica ne consegue che il governante saggio governa poco ed emana poche leggi, non incoraggia gli studi, bandisce dal suo regno i capaci e lascia che il popolo faccia quello che si sente: al massimo si preoccupa di migliorare le condizioni materiali ma non di elevare il livello culturale dei suoi sudditi. Si può dividere l’opera nelle parti che presentano le concezioni cosmologiche dell’autore e descrivono i caratteri e gli aspetto del Dao, quelle che illustrano il comportamento del saggio e quelle che espongono i principi politici taoisti.

Con il Daodejing ha nascita questo tipo di poesia sapienziale che poi è stata ripresa in altri testi. Questo tipo di poesia è caratteristica ed ha un ritmo e una cadenza che facilita la memorizzazione. Siccome le cose erano spesso tramandate oralmente, lo scopo era di memorizzarlo al meglio. Quelli che vediamo come versi in realtà non lo sono e soprattutto non sono regolari (non solo a 6 caratteri).

Il taoismo come religione è conosciuto come “dàojiā” (道家) mentre il taoismo inteso come filosofia è conosciuto come “dàojiāo” (道教). Del taoismo inteso come religione si ha la prima menzione con Sima Qian nello Shǐjì= (史记), le Memorie storiche. Il taoismo nasce in un periodo di scompiglio come nel caso del confucianesimo. La prima scuola a nascere è proprio quella confuciana ma in generale tutte queste scuole richiedevano al singolo di impegnarsi e di diventare attivo tranne nel caso del taoismo che proponeva il “non agire” (无为, wúwèi) perché implica il conformarsi dell’individuo nella realtà che tende ad uno sviluppo armonioso. Ma la realtà del momento non sembrava molto armoniosa e secondo i taoisti era in caos proprio perché l’uomo era intervenuto nel percorso naturale delle cose. La chiave per l’armonia è di non intervenire, meno si interferisce e più il corso naturale delle cose porta verso l’armonia. Da questo deriva, dal punto di vista sociale, un distacco dagli affanni di tutti i giorni (l’ideale taoista era l’uomo a diretto contatto con la natura contrariamente all’obbligato artificio della vita civile). Certe persone scelsero il taoismo, l’isolamento e la meditazione in cerca di un maestro per avvicinarsi alla spontaneità della via. Dal punto di vista politico il taoismo suggerisce il non intervento nel governare (niente leggi e così via), lasciare che la società si sviluppi spontaneamente. (passo 3 e 57)

Meno si fa studiare la gente e meno si tiene informata, meno utilizzerà questi strumenti contro gli altri. Tra confucianesimo e taoismo è prevalso il primo: si dice che il confucianesimo sia stato usato per regolare la società e il taoismo per regolare la propria interiorità. Ma l’idea politica del taoismo non coincide con l’anarchia perché è previsto comunque un governo che deve lasciare le cose nel modo più naturale possibile ma non nel disordine totale (limita l’agire, non lo elimina). Nel Dào confuciano c’è la conformazione ai riti, alle regole, alla gerarchia, al ruolo sociale, allo studio e all’obbligo morale di vivere in società. Il Dào taoista si manifesta nella natura e nelle 10mila cose (=manifestazione del dào). Il dào è spontaneità ed è immutabile, preesiste alla formazione di tutte le cose e contiene tutto: non può essere definito perché sfugge alla natura limitata del linguaggio. Il dào è essere e non essere allo stesso tempo. Una metafora corrente del Laozi ma anche del Zhuangzi è quella dell’acqua, che per il dào è l’elemento più umile che si adatta alla forma delle altre cose. Aderire al dào è fare come l’acqua, prendere forma ed aderire a ciò che si incontra. Il Daodejing è solo un libro di sapienza ma ha anche una serie di indicazioni per i governanti del tempo (anche per l’esercito).

Rispetto al Daodejing il Zhuangzi è diverso. Il Daode è in 81 massime in forma di poesia sapienziale, il Zhuangzi è più lungo e discorsivo, narrativo, dialettico, umanistico (è considerato il capolavoro cinese della letteratura classica). Significativo è che dopo la Bibbia è il 2° libro più tradotto al mondo perché al di là dei contenuti è piacevole da leggere (è vivace, allegorico, pieno di immagini). Il Zhuangzi è antecedente al Daodejing, è stato compilato durante la vita di Zhuangzi (370-300 a.C. o Zhuang Zhou) il testo è in parte derivato all’epoca del Zhuangzi.

Zhuangzi (370-300 a.C.) è esistito davvero ma l’unica fonte attendibile è lo Shiji (史记) di Sima Qian dove appare per la prima volta il termine dàojia (道家) e anche Zhuangzi. I letterati all’epoca erano chiamati “shi” () e Zhuangzi era uno di loro ma era rimasto al ramo dei funzionari subalterni. Ad un certo punto si sarebbe ritirato a vita privata isolandosi in modo che era possibile il contatto quotidiano con la natura. Durante l’attività amministrativa fu apprezzato tanto che quando si ritirò il sovrano di Chu (), stato di provenienza di Zhuangzi e Laozi, gli chiese di riprendere servizio nell’amministrazione dello stato. Zhuangzi però si rifiutò dicendo che era meglio accontentarsi di poco piuttosto che essere coperto da alti onori ma vivere una vita che non è tale. A Chu c’era una forte preminenza per i riti sciamanici (contrariamente a quello che dice la dottrina confuciana basata sulla morale etica volta all’ambito sociale). Zhuangzi è l’opera dell’omonimo autore ed è un testo stratificato. La versione più antica risale al III secolo d.C. e il ritardo del testo rispetto all’autore lascerebbe dubbi sull’identità dell’autore stesso. Il Zhuangzi è diviso in 33 capitoli raccolti in 3 sezioni:

1)      dal capitolo 1 al 7: capitoli interni, nèipian (内篇), sicuramente scritti da Zhuangzi stesso

2)      dal capitolo 8 al 22: capitoli esterni, wàipian (外篇), di provenienza incerta perché scritto in vari stili che potrebbero appartenere a Zhanzi e ai suoi discepoli

3)      dal capitolo 23 al 33: capitoli misti, zapian (杂篇) sicuramente non scritti da Zhuangzi.

L’opera consiste in una serie di piccoli trattati, apologhi, favole, aneddoti e detti che servono all’autore ad esporre in maniera viva e divertente le sue tesi. Attacca spesso il confucianesimo (ridicolizzando lo stesso Confucio) e si rivolge all’eremita. Nel Zhuangzi non si parla chiaramente del dào ma si percepisce come aderire al dào senza opporvisi e questo si fa partecipando totalmente al percorso spontaneo delle cose. Per Zhuangzi il Dào non è l’unico esistente ma ci sono infiniti dào minori. I dào sono gli infiniti modi o percorsi che gli uomini adottano per cercare di aderire al Dào. Tutti i dào sono frammentari e parziali e non sono in grado di coincidere con la totalità del Dào. Tra questi dào figurano il confucianesimo e tutti i riti legati ad esso. Sono dào limitati: lo studio, l’osservanza dei riti, il linguaggio (dire all’epoca di diceva proprio dào). Zhuangzi finisce per dire che il linguaggio non può esprimere il Dào perché il dào non è definito né descritto o circoscritto perché è ciò che tutto precede e prevale, mentre il linguaggio è uno strumento umano che è artificiale e incapace di dare atto della totalità. Dice che il linguaggio è uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento del Dào perché crea distinzioni quindi frammenta, divide (Zhuangzi utilizzava il termine biàn– per indicare la divisione). Zhuangzi dice che l’uomo è preposto a creare distinzioni ma questa capacità umana ha per sé l’impossibilità di esprimere pienamente il Dào che è privo di distinzioni e differenze. Il Zhuangzi oltre ad essere pieno  di parti che variano è anche colmo di figure retoriche che ne fanno un testo più piacevole del Daodejing. Kongzi faceva della parola uno strumento fondamentale: la rettificazione dei nomi (zhèngmíng 正名) era uno dei cardini fondamentali del confucianesimo e comprendeva due aspetti complementari:

a)      agire sui nomi perché fossero adatti ad esprimere la realtà che descrivevano

b)      agire sulla realtà perché si conformasse pienamente al nome.

Ricordiamo il capitolo 13 e 15, passo 3 del Lunyu che richiama il saggio ad un uso corretto dei nomi.

Il nome è il corrispettivo di una realtà esistente e non astratta. La corretta attribuzione dei nomi, secondo Confucio, dovrebbe essere il primo passo di un governante perché anche se ci fosse abbondanza non se ne potrebbe godere. Se agire sui nomi significa nominare (anche le cariche) e se nominare implica dei rischi, chi è nominato ministro deve comunque far si che il suo nome coincida alla carica. Confucio è spesso oggetto di umorismo da parte di Zhuangzi il quale dice che i punti della conoscenza di Confucio sono legati all’essere umano e che un limite sarebbe quello di pretendere di definire tutto. I limiti della conoscenza sono legati al confinamento del pensiero umano e del linguaggio. Il linguaggio è manifestazione di un pensiero limitato, il linguaggio è inutile come i nomi. Confucio, Mencio e Xunzi sottolineavano l’importanza dello studio. Ma se le parole sono limitate a che serve lo studio? Lo studio rischia di diventare una mera acquisizione di nozioni e basta. Per Zhuangzi non si arriva alla conoscenza del Dao studiando ma con il comportamento che deve essere più spontaneo e naturale possibile: questo non vuol dire non far niente, infatti né Zhuangzi né Laozi promuovono la passività e l’immobilismo. Veniva invece proposto un comportamento armonioso e naturale che si acquisisce col tempo e che permette di acquisire una sapienza “pratica” e una spontaneità totale che equivale al Dào. Zhuangzi utilizza spesso esempi di attività pratiche come l’artigianato: l’artigiano infatti acquisisce un insieme di movimenti che lo portano alla perfezione della sua attività. L’apprendimento attraverso la pratica per Zhuangzi è l’unico modo per arrivare al Dào. Questo insieme di movimenti arriva a confluire nell’arte del Qìgōng (气功) che è legato a tutto quel lavoro finalizzato alla purificazione del , l’energia che ogni essere vivente ha in sé. L’essere umano è l’essere che ha il in modo più compatto e ordinato rispetto, per esempio, all’aria o ad altre manifestazioni. Quello che deve fare l’uomo è di assottigliare il come quello del Dào originario. Nel Zhuangzi ci sono alcuni consigli pratici per raggiungere il Dào. Nel Nèipian, Zhuangzi scrive di aver sognato di essere una farfalla e quando si risvegliò ritornò Zhou (il nome di Zhuangzi) tanto che non seppe se era la farfalla ad aver sognato di essere Zhou o Zhou di essere una farfalla. Appare l’impossibilità di distinguere bene la realtà dal sogno. Per Zhuangzi tutta la realtà materiale è realtà, cioè manifestazione del Dao: una volta raggiunto il dào non si riesce più a distinguere fra noi stessi e la realtà circostante. L’uomo dovrebbe riuscire a raggiungere quello stato come nel sogno di Zhuangzi sulla farfalla.

Il Liezi (il maestro Lie), in 8 libri, è scritto da vari autori fra cui Yangzi (un individualista del IV secolo a.C.). Meno vivace e profondo del Zhuangzi, è però abbastanza umoristico.

I moisti prendono il nome dal maestro Mozi (o Mo Di). Mozi fu un pensatore vissuto fra il 479 e il 392 a.C. che si inserisce nel dibattito razionale acceso durante il periodo degli stati combattenti. Mozi fa come cardine del suo pensiero il linguaggio: la sua dottrina è ispirata al pacifismo ad oltranza e all’amore universale, non solo familiare. Contrariamente ai confuciani opponeva la fede nell’esistenza degli spiriti e nella possibilità di influire attraverso le buone azioni sui voleri del Cielo. Il governo doveva occuparsi solo delle cose materiali del popolo e non di riti e ancora peggio di guerra, che dai moisti erano visti come sprechi di ricchezza e di tempo. Per riuscire a fare accettare le sue idee pacifiste Mozi si dotò di un sistema di logica, di dialettica stringente, la prima in Cina. Il suo testo si chiama Mòzǐ (墨子) e si divide in tre sezioni in un linguaggio spesso ripetitivo. La prima sezione si divide in 10 trattati e contiene i precetti per i moisti. La seconda parte è dedicata alla logica, la terza parte si occupa di tecnica militare. Anche Mozi dedica parte della sua opera al biàn (): egli rifiuta il senso di autorità tanto professata dai confuciani. Mozi dice che è il sapere effettivo (e non l’autorità) che conta e si raggiunge attraverso l’argomentazione, il biàn. Si oppose ai confuciani per:

– il rifiuto all’autorità (confuciana): il saggio deve guidare il sovrano e non il contrario (come diceva Kongzi)

– riguardo alla relazione con le persone più vicine, Mozi dice che la gente deve essere spronata a voler bene a tutti e non solo ai propri cari (e per questo viene chiamata la scuola dell’amore universale e dei pacifisti): l’amore universale si raggiunge attraverso il convincimento personale e attraverso un lavoro mentale.

Il moismo non si è diffuso molto perché i suoi discepoli si divisero in 3 correnti contrastanti fra loro (il Mozi ci è pervenuto in 3 versioni corrispondenti alle tre scuole dei discepoli). Altro motivo per la poca fortuna del moismo è che il pacifismo ha trovato poco consenso nella civiltà cinese che era più pratica. Un ultimo motivo è legato allo stile dell’opera che non riesce ad essere riassuntiva o abbastanza chiara o anche fantasiosa ma tende, invece, ad essere ripetitiva e pedante.

Il primo testo a parlare di scuole è lo Shiji (史记) di Sima Qian pubblicato nel 92 a.C.

Le sei scuole esaminate nello Shiji sono la Dàojiā (道家, i taoisti), la Rujiā (i confuciani), la Mojiā (i moisti), la Míngjiā (名家, la scuola dei nomi o scuola dei logici o scuola dei dialettici), la Fǎjiā (法家, scuola dei legisti o dei legalisti, nata nel IV secolo a.C.) e la Yīnyángjiā (陰陽家, sempl.阴阳家, i naturalisti). Ma c’è anche una classificazione di 9 scuole che oltre alle sei appena menzionate ne riporta altre 3: la scuola dei diplomatici (zongheng jia), la scuola degli agronomi (nong jia), la scuola degli eclettici (za jia).

In altre classificazioni appare anche una decima scuola, la xiaoshuo jia (narratori di fiabe).

L’unica scuola che si riconobbe tale fu quella moista. I testi che riguardano il pensiero di queste scuole hanno caratteristiche diverse a seconda del periodo.

In un primo periodo la caratteristica principale ruotava intorno alla dialettica: sono dialoghi fra maestro e discepolo (come nel caso del Lunyu) senza ordine o logica, in una giustapposizione di frammenti. I testi del IV secolo a.C. sono scritti in forma dialogica (come nel caso del Xunzi).

I testi del III secolo a.C. sono organici e spesso divisi in capitoli tematici, regolari nell’affrontamento delle singole tematiche in modo completo (come l’Hān Fēi Zǐ, 韩非子, il Maestro Han Fei, personaggio storico reale del III secolo a.C., esistito fra il 280 e il 233 a.C. e ritenuto l’estensore o l’autore di questo testo). Han Fei Zi è un’opera (un saggio) pregiata dal punto di vista letterario, filosofico e stilistico tanto che viene messa alla pari del Zhuangzi. Han Fei si dice fosse uno dei primi capisaldi della scuola legista. Altro libro legista (in forma di saggio) è Shāngjūnshū (, sempl.商君书) scritto da Shangyan (o da Wei Yang, consigliere del sovrano Qin, morto 338 a.C.) o da qualche ammiratore postero che era un ministro (del periodo degli stati combattenti) presso il sovrano di Qin. Questo testo avrebbe influenzato molto il pensiero del re di Qin che poi sarebbe diventato il primo imperatore. Ma fra i due testi il più conosciuto è l’Han Fei. Han Fei fu funzionario e forse discepolo di Xunzi. Dal testo del Xunzi Han Fei avrebbe ripreso il tema della “cattiveria umana” allontanandosi, però, dalla base di Confucio. Altro discepolo di Xunzi sarebbe stato Li Si. Han Fei si stava conquistando la fiducia del sovrano Qin quando Li Si decise di sbarazzarsi di Han Fei facendolo imprigionare. La scuola legista si basa sulla legge () mentre per i confuciani la legge è preceduta dalla ritualità. I legisti erano convinti che i riti non erano sufficienti per contribuire ad una vita armoniosa, tutti dovevano aderire alle leggi e questo era basato su quel pensiero di Xunzi per cui l’essere umano tende alla cattiveria. Compito del sovrano era quello di formulare le leggi e di farle rispettare con una serie di premi e punizioni. Il premio poteva essere il conferimento di una carica (conferire un nome, nominare) che una volta assunti dovevano essere rispettati se non si voleva andare incontro ad una punizione. Del taoismo ha preso il principio del wu wei (=non agire) ma riguarda solo il sovrano e questo è possibile se lo stato è dotato di un sistema di leggi e di controllo e di un corpo di giuristi che puniscono in modo efficiente: solo così il sovrano può stare a guardare. Ma proprio questo sistema portò allo sfascio del regno di Qin.

Oltre al , l’Hanfeizi ritiene importante anche il potere e le tecniche ovvero l’arte del governare.

I logici erano oggetto di scherno per i legisti. Gong Sun Long (320-259 circa a.C.) è uno dei capisaldi della scuola dei nomi. Hui Shi (380-300 circa  a.C.), amico di Zhuangzi, si dedicava all’arte della dialettica (contrariamente alla visuale di Zhuangzi). I programmi politici di Gong Sun Long e di Hui Shi erano ispirati a principi moderati e pacifisti. La scuola dei logici (o dei nomi) ebbe scarso impatto pratico e fu sempre contrastata e sbeffeggiata (soprattutto nel Zhuangzi) a causa del linguaggio che crea divisioni e allontana dal Dào, dalla totalità. Gongsun Long (da cui l’opera Gongsun Longzi) è uno degli esponenti più importanti della scuola dei nomi insieme a Hui Shi.

 

Bibliografia: – La letteratura cinese, Bertuccioli (pag 9-166)

                   – Letteratura cinese, Idema-Haft (pag 4-140)

                   – appunti delle lezioni della Professoressa Casalin

3 pensieri su “Le correnti più famose fra le “cento scuole” (IV-III secolo a.C.)

    1. è vero, anche in maniera imbarazzante se vogliamo, ma probabilmente è stata una “scelta obbligata” (il testo avrà menzionato solo quel poco o niente o quelle due righe saranno state frutto di un accenno della professoressa a lezione, è difficile ricordarlo attualmente). Grazie per il commento 🙂

      1. Ma no è comprensibile. Il Liezi è snobbato da un po’ tutti, forse perché non si è certi della storicità dell’autore che nel Shji non è presente ne come Liezi (列子) ne come Lie Yukou (列禦寇). L’unica menzione, in tutti i testi Pre-Qin e Han, la troviamo nel Lüshi Chunqiu dove c’è scritto: “Lie Yukou aveva come priorità il vuoto”. Mancando un autore certo l’opera da sola evidentemente non ha la forza di imporsi e per questo tutti gli studiosi tendono a non darle peso e ad ignorarla. Questo almeno secondo le mie ricerche dilettantistiche.

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