Il Buddhismo Mahayana

il Mahayana non ha un origine precisa in un luogo e in un determinato momento, ma nasce come alternativa alla corrente Hinayana attraverso i suoi sutra (Mahayana) i cui più antichi esempi ritrovati risalgono al IV secolo (sembra comunque che iniziò a diffondersi già dal I sec. d.C.) mentre il suo più antico uso (come corrente formata) risale al VI secolo. Non ci, fu, quindi, una divisione netta fra due correnti diverse (le quali, a loro volta, erano suddivise in differenti scuole) tanto che è possibile la convivenza fra differenti categorie se osservanti lo stesso Vinaya (il codice monastico). Il Mahayana nasce, infatti, come supporto o estensione dell’Hinayana (dovendo, chi voleva, seguire la più alta meta del bodhisattva). Cause della divisione in una miriade di correnti sono la specializzazione dei monaci in varie sezioni del pensiero buddista (Vinaya, sutra ecc..che potevano scindersi a loro volta in correnti più piccole), la venerazione di differenti maestri celebri buddisti ex discepoli del Buddha, la flessibilità del pensiero e delle norme disciplinari del monastero (lo stesso Buddha avrebbe applicato diversi metodi a seconda della persona che gli stava davanti).

Non tutte le scuole Hinayana ebbero un Abhidharma (=insegnamento superiore, cioè scrittura didattica su elementi di base del buddhismo quali la percezione e la natura dell’illuminazione) ma quelle che lo avevano lo mettevano alla pari dei sutra e del Vinaya. Abhidharma, sutra e Vinaya andavano a costituire il Tripitaka (il triplice canestro) cioè il corpo canonico buddista.

Dopo la morte del Buddha si ebbero vari concili: il primo stabiliva l’autorizzazione alla trasmissione del Dharma, il secondo avrebbe provocato lo scisma fra Mahasanghika e Sthavira. Il culto degli stupa, invece, nascerebbe dall’epoca del sovrano indiano Asoka (III sec a.C.). Un testo proto-mahayana che presenta ancora caratteristiche tipiche della convivenza fra Hinayana e Mahayana è l’Ajitasena Sutra.

LA SAPIENZA:

I SUTRA SULLA PERFEZIONE DELLA SAPIENZA (PRAJNAPARAMITA):

Una caratteristica dei sutra più antichi è la tendenza all’autocitazione encomiastica (l’elogio prolisso dello stesso sutra, l’elencazione dei meriti derivanti dal trattare con riverenza anche un solo suo verso…). Molti sutra, seguentemente, vennero estesi (e in questo caso sono i versi la parte più antica e che presenta parole arcaiche) o uniti ad altri sutra a creare un testo composito o addirittura (e questi sono sutra mahayana), vennero scritti secoli dopo la morte del Buddha (come accadde in Cina) dopo la quale, in teoria, nessun testo dovrebbe essere credibile o “puro” (perché dovrebbe essere autorizzato dal Buddha stesso o da uno dei suoi migliori discepoli da lui stesso autorizzato a tramandare il Dharma).

La letteratura del genere Prajnaparamita (da prajna= sapienza, o coscienza derivante dall’analisi e dalla ricerca e da palamita= perfezione) ebbe forse origine in India centrale o meridionale ed ha strette relazioni con i sutra Mahayana dato che i primi sutra del Grande Veicolo sono proprio di tradizione Prajnaparamita. Le fasi dell’evoluzione della letteratura Prajnaparamita sono:

1)      dal 100 a.C. circa al 100 d.C. circa c’era l’elaborazione di un testo base (La Perfezione della Sapienza, Astasahasrika)

2)      dal 100-300 d.C. il testo base si ampliò (Le Perfezioni della Sapienza)

3)      dal 300-500 d.C. vi fu una riformulazione delle idee fondamentali in brevi sutra o sommari in versi (Il Sutra del Diamante, cioè la Perfezione della Sapienza, Vajracchedika

4)      dal 600-1200 d.C. fu influenzata dal Tantrismo che determinò la presenza di elementi magici sia nei sutra che nel  loro modo di impego (la Perfezione della Sapienza Adhyardhasatika).

La prajna serve a togliere ogni dubbio ed è definita come uno stato di coscienza capace di comprendere la vacuità, cioè l’assenza del sé (persino nei dharma). Alcuni la fanno derivare da un’attenta analisi e meditazione, altri da una reazione spontanea (come nel Chan o Zen), influenza taoista del far niente. La Prajnaparamita Mahayana aspira alla buddhità dal punto di vista del bodhisattva che a sua volta aiuterà gli altri esseri senzienti a raggiungerla, mentre il fine non-Mahayana è di natura del tutto personale. Esistendo vari nirvana (quello degli Arhat, quello dei Pratyekabuddha e quello del Buddha) il bodhisattva respinge i primi stadi di nirvana (puntando alla piena buddhità) aiutando prima gli esseri a raggiungere l’illuminazione. Ma ci sono teorie discordanti sulla natura del bodhisattva: infatti se molti ritengono che il bodhisattva aiuta il prossimo solo dopo aver raggiunto la buddhità, altri sono dell’affermazione che raggiungono la piena buddhità solo dopo aver aiutato tutti gli altri esseri senzienti non illuminati (è possibile, comunque, che con il passar del tempo, la figura del bodhisattva si sia andata a sovrapporre a quella del Buddha).

IL MADHYAMAKA:

Nagarjuna (primo grande nome nella storia buddista dopo il Buddha, del II sec d.C.) insieme al suo discepolo Aryadeva, viene indicato come l’istitutore del Madhyamaka (Madhyama= il Mezzo) come scuola. Chi distinse il Madhyamaka Prasangiko da quello Svatantriko e gli attribuì una tradizione pienamente cosciente di sé è Candrakirti con il suo Madhyamakavatara (mentre uno dei responsabili della sua nascita fu forse Buddhapalita). Tra i Prasangika ricordiamo Santideva con il suo Bodhicaryavatara, che descrive il sentiero del bodhisattva per raggiungere la buddhità. Il motivo della separazione fra Prasangika e Svatantrika fu probabilmente di carattere metodologico. Il Madhyamaka, in generale, respinge l’idea di esistenza intrinseca (che riguardano cose che esistono di per sé): tutto, quindi, è relativo e inesistente (compreso il dharma o la vacuità). Per il Madhyamaka noi esistiamo come entità create concettualmente e sovrapposte ai nostri mutevoli stati psico-fisici. Nagarjuna afferma che non c’è alcuna differenza fra samsara e nirvana perché coincidono in quanto stati coesistenti. Allo stesso modo, per Candrakirti la realtà convenzionale e quella intrinseca sono la stessa cosa poiché, in generale, non esiste una realtà che esiste di per sé, intrinseca.  

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Riassunto personale di “Il Buddhismo Mahayana, La Sapienza e La Compassione” di Paul Williams

5 pensieri su “Il Buddhismo Mahayana

  1. Ma perché non ho digitato prima nella barra di Google queste benedette parole che mi stanno facendo impazzire: “Cittamatra”?! Domani ho l’esame proprio sul Williams!!! Oh my God!!!
    Grazie!

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