Il Buddhismo Mahayana

il Mahayana non ha un origine precisa in un luogo e in un determinato momento, ma nasce come alternativa alla corrente Hinayana attraverso i suoi sutra (Mahayana) i cui più antichi esempi ritrovati risalgono al IV secolo (sembra comunque che iniziò a diffondersi già dal I sec. d.C.) mentre il suo più antico uso (come corrente formata) risale al VI secolo. Non ci, fu, quindi, una divisione netta fra due correnti diverse (le quali, a loro volta, erano suddivise in differenti scuole) tanto che è possibile la convivenza fra differenti categorie se osservanti lo stesso Vinaya (il codice monastico). Il Mahayana nasce, infatti, come supporto o estensione dell’Hinayana (dovendo, chi voleva, seguire la più alta meta del bodhisattva). Cause della divisione in una miriade di correnti sono la specializzazione dei monaci in varie sezioni del pensiero buddista (Vinaya, sutra ecc..che potevano scindersi a loro volta in correnti più piccole), la venerazione di differenti maestri celebri buddisti ex discepoli del Buddha, la flessibilità del pensiero e delle norme disciplinari del monastero (lo stesso Buddha avrebbe applicato diversi metodi a seconda della persona che gli stava davanti).

Non tutte le scuole Hinayana ebbero un Abhidharma (=insegnamento superiore, cioè scrittura didattica su elementi di base del buddhismo quali la percezione e la natura dell’illuminazione) ma quelle che lo avevano lo mettevano alla pari dei sutra e del Vinaya. Abhidharma, sutra e Vinaya andavano a costituire il Tripitaka (il triplice canestro) cioè il corpo canonico buddista.

Dopo la morte del Buddha si ebbero vari concili: il primo stabiliva l’autorizzazione alla trasmissione del Dharma, il secondo avrebbe provocato lo scisma fra Mahasanghika e Sthavira. Il culto degli stupa, invece, nascerebbe dall’epoca del sovrano indiano Asoka (III sec a.C.). Un testo proto-mahayana che presenta ancora caratteristiche tipiche della convivenza fra Hinayana e Mahayana è l’Ajitasena Sutra.

 

LA SAPIENZA:

I SUTRA SULLA PERFEZIONE DELLA SAPIENZA (PRAJNAPARAMITA):

Una caratteristica dei sutra più antichi è la tendenza all’autocitazione encomiastica (l’elogio prolisso dello stesso sutra, l’elencazione dei meriti derivanti dal trattare con riverenza anche un solo suo verso…). Molti sutra, seguentemente, vennero estesi (e in questo caso sono i versi la parte più antica e che presenta parole arcaiche) o uniti ad altri sutra a creare un testo composito o addirittura (e questi sono sutra mahayana), vennero scritti secoli dopo la morte del Buddha (come accadde in Cina) dopo la quale, in teoria, nessun testo dovrebbe essere credibile o “puro” (perché dovrebbe essere autorizzato dal Buddha stesso o da uno dei suoi migliori discepoli da lui stesso autorizzato a tramandare il Dharma).

La letteratura del genere Prajnaparamita (da prajna= sapienza, o coscienza derivante dall’analisi e dalla ricerca e da palamita= perfezione) ebbe forse origine in India centrale o meridionale ed ha strette relazioni con i sutra Mahayana dato che i primi sutra del Grande Veicolo sono proprio di tradizione Prajnaparamita. Le fasi dell’evoluzione della letteratura Prajnaparamita sono:

1)      dal 100 a.C. circa al 100 d.C. circa c’era l’elaborazione di un testo base (La Perfezione della Sapienza, Astasahasrika)

2)      dal 100-300 d.C. il testo base si ampliò (Le Perfezioni della Sapienza)

3)      dal 300-500 d.C. vi fu una riformulazione delle idee fondamentali in brevi sutra o sommari in versi (Il Sutra del Diamante, cioè la Perfezione della Sapienza, Vajracchedika

4)      dal 600-1200 d.C. fu influenzata dal Tantrismo che determinò la presenza di elementi magici sia nei sutra che nel  loro modo di impego (la Perfezione della Sapienza Adhyardhasatika).

La prajna serve a togliere ogni dubbio ed è definita come uno stato di coscienza capace di comprendere la vacuità, cioè l’assenza del sé (persino nei dharma). Alcuni la fanno derivare da un’attenta analisi e meditazione, altri da una reazione spontanea (come nel Chan o Zen), influenza taoista del far niente. La Prajnaparamita Mahayana aspira alla buddhità dal punto di vista del bodhisattva che a sua volta aiuterà gli altri esseri senzienti a raggiungerla, mentre il fine non-Mahayana è di natura del tutto personale. Esistendo vari nirvana (quello degli Arhat, quello dei Pratyekabuddha e quello del Buddha) il bodhisattva respinge i primi stadi di nirvana (puntando alla piena buddhità) aiutando prima gli esseri a raggiungere l’illuminazione. Ma ci sono teorie discordanti sulla natura del bodhisattva: infatti se molti ritengono che il bodhisattva aiuta il prossimo solo dopo aver raggiunto la buddhità, altri sono dell’affermazione che raggiungono la piena buddhità solo dopo aver aiutato tutti gli altri esseri senzienti non illuminati (è possibile, comunque, che con il passar del tempo, la figura del bodhisattva si sia andata a sovrapporre a quella del Buddha).

 

IL MADHYAMAKA:

Nagarjuna (primo grande nome nella storia buddista dopo il Buddha, del II sec d.C.) insieme al suo discepolo Aryadeva, viene indicato come l’istitutore del Madhyamaka (Madhyama= il Mezzo) come scuola. Chi distinse il Madhyamaka Prasangiko da quello Svatantriko e gli attribuì una tradizione pienamente cosciente di sé è Candrakirti con il suo Madhyamakavatara (mentre uno dei responsabili della sua nascita fu forse Buddhapalita). Tra i Prasangika ricordiamo Santideva con il suo Bodhicaryavatara, che descrive il sentiero del bodhisattva per raggiungere la buddhità. Il motivo della separazione fra Prasangika e Svatantrika fu probabilmente di carattere metodologico. Il Madhyamaka, in generale, respinge l’idea di esistenza intrinseca (che riguardano cose che esistono di per sé): tutto, quindi, è relativo e inesistente (compreso il dharma o la vacuità). Per il Madhyamaka noi esistiamo come entità create concettualmente e sovrapposte ai nostri mutevoli stati psico-fisici. Nagarjuna afferma che non c’è alcuna differenza fra samsara e nirvana perché coincidono in quanto stati coesistenti. Allo stesso modo, per Candrakirti la realtà convenzionale e quella intrinseca sono la stessa cosa poiché, in generale, non esiste una realtà che esiste di per sé, intrinseca.  

IL CITTAMATRA (LA SOLA MENTE):

i fondatori della tradizione Cittamatra (o Vijnanavada o Vijnaptimatra o Yogacara) sarebbero Asanga e Vasubandhu (erano fratelli) che vissero verso il IV-V sec. d.C. mentre il più antico sutra di questa corrente è il Sandhinirmocana Sutra. Vasubandhu sarebbe anche l’autore dell’Abhidharmakosa e del suo commentario. Altri due personaggi importanti del Cittamatra sono Sthiramati e Dharmapala del VI secolo. uno degli elementi fondamentali del Cittamatra è la dottrina dei Tre Aspetti che classificano tutte le cose: il viene chiamato costruito o concettualizzato ed è il modo di vedere le cose dal punto di vista dei “non-illuminati”; il (l’aspetto dipendente) è la negazione dell’esistenza di qualsiasi cosa; il (l’aspetto perfezionato) è la Quiddità o Ecceità, cioè la vera natura delle cose (visione raggiunta tramite meditazione), l’inesistenza della dualità perché esiste solo un unico flusso. Per il Cittamatra la vacuità non è assenza di esistenza ma dietro ogni cosa c’è qualcosa (contrariamente al Madhyamaka). Quello che si nasconde dietro ad ogni cosa è la mente o coscienza che ce le fa percepire, quindi il mondo è come un sogno che ci fa vedere determinate cose inesistenti di per sé ma esistenti per conto della coscienza.

Esisterebbero 8 tipi di coscienza:

1) cinque coscienze sensoriali + la mente;

2) un senso che coglie eventi fisici e le esperienze fornite dagli altri 5 sensi;

3) la mente contaminata: prende la coscienza sostrato come la realtà;

4) la coscienza sostrato (o coscienza deposito): è la causa dell’intera manifestazione cosmica poiché è il deposito dei semi karmici e quindi genera il samsara.

Per il Cittamatra alcune persone avrebbero solo semi negativi o limitati che non gli permettono di raggiungere l’illuminazione o la buddhità (quindi non tutti sono destinati all’illuminazione). In Cina ricordiamo la scuola Cittamatrika She-lun fondata da Paramartha che sosterrebbe l’esistenza di una nona coscienza, quella immacolata, propria degli illuminati, l’ultima vera e permanente. L’errore dell’individuo sta nel credere che soggetto e oggetto siano due realtà differenti mentre sono la stessa cosa cioè la coscienza stessa.

 

 

IL TATHAGATAGARBHA (L’ESSENZA DEL BUDDHA):

il testo più antico di questa dottrina è il Tathagatagarbha Sutra. Questa dottrina afferma che gli esseri senzienti sono già illuminati ma che raggiungeranno la buddhità in futuro. Quindi, il tathagatagarbha (=la natura del Buddha) è ciò che permette la realizzazione dell’illuminazione ad ogni essere vivente togliendo la contaminazione (impurità) che offusca la vera realtà delle cose. Il sé è definito come la possibilità di ogni essere senziente (anche ai più malvagi) a raggiungere la buddhità. È una dottrina che si pone in modo positivo rispetto a molte altre (ma erano già esistite dottrine positive antecedentemente a questa, più che altro do origine hindu) perché, pur modificando la tradizione buddista del non-sé (e i 4 errori del vedere la permanenza dove c’è impermanenza, felicità dove c’è dolore, il sé dove non v’è sé e la purezza nell’impurezza), afferma  che è ugualmente errore guardare dalla parte sbagliata e vedere l’impermanenza nella permanenza, il non-sé dove c’è sé e così via. Nel sutra più importante della dottrina, cioè il Srimala Sutra, il tathagatagarbha viene visto dai non-illuminati come dharmakaya (=qualità trascendenti del buddha, i corpi del buddha). Il Ratnagotravibhaga (o Uttaratantra), un testo eterogeneo, afferma che la vera natura oscurata è il tathagatagarbha mentre quella immacolata è il dharmakaya e questa affermazione viene fatta anche dalla scuola tibetana Jo nang (la corrente gzhan stong pronunciato zhen tong). La più importante tradizione che sottopone il tathagatagarbha ad interpretazione è la scuola tibetana dGe lugs pa, in Cina nota come scuola dei Berretti Gialli, fu fondata da Tsong ka pa alla fine del XIV secolo con lo scopo di rendere coerenti fra loro la scuola del Madhyamaka Prasangika e quella del Tathagatagarbha. Afferma quindi, come nel tathagatagarbha, che il flusso mentale insieme alla vacuità sono eterni e che quando la mente è contaminata questa vacuità viene chiamata tathagatagarbha, quando invece è purificata raggiungendo la buddhità  la vacuità è chiamata “Corpo dell’essenza del Buddha” e che entrambi, cioè la pura mente del Buddha (=sapienza) considerata non intrinseca è chiamata dharmakaya. Tutte queste sottigliezze puntano tutte, comunque, alla meta finale del distinguere la non-illuminazione e la meta finale dell’illuminazione. In Cina, forse per trovare un punto d’incontro con la mentalità confuciana e le credenze dei cinesi, si diffuse la teoria della coincidenza dell’illuminazione (mente del noumeno) con la non-illuminazione (mente del fenomeno) entrambe residenti nella mente, la tathagatagarbha. L’unica differenziazione è data dall’ignoranza. Il dharmakaya allora acquista significato di mente primordialmente illuminata che solo con la realizzazione della propria illuminazione acquista particolare significato. L’illuminazione viene qui vista come qualcosa di improvviso e non come il risultato di studio (meditazione e così via). Questo modo di vedere le cose ridava di nuovo importanza al mondo reale e quotidiano, cosa che si conformava perfettamente al confucianesimo.

Il monaco giapponese Dogen (XIII sec), insoddisfatto delle tradizioni allora esistenti andò in Cina per cogliere il vero significato del buddhismo e tornato in Giappone vi introdusse la corrente Cao Tong Chan che fu chiamata Soto Zen. Il Chan sarebbe stato portato dall’India da Bodhidharma alla fine del I secolo d.C. Sulla base del taoismo e il Chan cinesi, profondamente contrari allo studio (tradizione buddista) o concentrazione (meditazione) e ai “fronzoli” delle parole (elaborazioni discorsive) lo Zen avrebbe sviluppato un comportamento apparentemente eccentrico finalizzato a stimolare e a risvegliare la mente di per sé già illuminata. Dogen afferma che il mondo fenomenico è la vera essenza del Buddha e l’illuminazione consiste nel vedere le cose così come le vediamo e siccome ogni momento è natura del buddha l’illuminazione sta nello scorgere perfettamente il momento presente. Questa mentalità che riscatta la bellezza della natura andava perfettamente d’accordo con la tradizione shintoista (il culto della natura e degli spiriti che la compongono).

 

 

 

HUA YEN, LA TRADIZIONE DELLA GHIRLANDA DEI FIORI:

un elemento che distingue il buddhismo dell’Asia orientale da quello indo-tibetano è lo sviluppo di scuole basate sullo studio di specifici sutra considerati  come il culmine dell’insegnamento del Buddha, la sua più elevata espressione o la sua parola ultima. Ed è proprio in queste scuole come nella Huayen e nella Tientai che venne creata una versione davvero cinese della filosofia buddista. La Huayen prende il nome dal sutra Mahayana Avatansaka Sutra. Fu solo sotto l’influenza taoista che il buddhismo si poté affermare in Cina: le concezioni buddiste vennero spiegate attraverso la terminologia taoista e si ebbe una prima sintesi fra le due correnti. Durante i primi secoli e non solo, il buddhismo fu considerato estraneo alla mentalità cinese ma pian piano si rese autonomo dalla concezione taoista (anche se nel frattempo aveva assimilato usanze non indiane come quella della prostrazione dei monaci davanti all’imperatore). Le correnti cinesi orientate verso la pratica erano la Chan (e poi Zen) che era contro l’intellettualismo ma profondamente devota alla figura del Buddha, soprattutto Amitabha. L’Avatansaka Sutra o Gandavyuha Sutra, descrive l’universo (chiamato dharmadhatu= regno del Dharma) attraverso la visuale di un buddha o di un bodhisattva molto progredito (cioè privo di rigidi confini propri degli esseri viventi comuni), inoltre descrive la mancanza di esistenza intrinseca di tutte le cose ma anche la pura consapevolezza o coscienza come il fondamento di tutti i fenomeni. Cioè, in breve, tutto è mente la quale può creare e rivelare poiché tutto è in funzione di essa (si parla di menti piuttosto evolute però: Buddha e bodhisattva). Il buddha dell’Avatansaka sutra non è Sakyamuni (il Buddha Gautama) ma Vairocana o Mahavairocana, il Buddha della Grande Illuminazione. Questo Buddha sarebbe il responsabile dell’intervento magico che ci mostrò l’immagine di Sakyamuni e viene considerato l’universo stesso, uguale all’assenza di esistenza intrinseca (vacuità) e come onniscienza onnipervadente e si tratta dell’universo percepito nella maniera corretta, di verità e fluidità (data dalla vacuità). Inoltre si parla della compenetrazione reciproca: in un mondo che non possiede margini rigidi tutte le cose si compenetrano reciprocamente in un processo infinito ma senza mai confondersi fra loro. Il più grande bodhisattva di questo testo è Samantabhadra. Forte elemento della tradizione buddhista cinese (dominata dal culto degli antenati)  è il patriarca. La tradizione Huayen cinese ha 5 patriarchi: Dushun, Zhiyan, Fazang, Chengguan e Zong mi. La Huayen venne per la prima volta chiamata scuola da Cheng Guan mentre Fa Zang fornì una sistemazione alle dottrine di questa tradizione. Dushun viene ricordato come operatore di miracoli ed era amico delle masse mentre Fa Cang era correlato all’imperatrice Wu dei Tang alla quale cercava di insegnare i principi della dottrina (nei sutra tathagatagarbha quali l’ Avatansaka e lo Srimala si parlava di una regina buddista e di numerose figure di bodhisattva femminili che l’imperatrice volle prendere come esempio per governare l’impero). Fra le opere di Fa Zang ricordiamo il “Trattato sul leone d’oro” che è una sintesi del pensiero Hua Yen e nasce da un esempio pratico volto alla comprensione dell’imperatrice Wu riguardo alla dottrina (Fa Zang prende come esempio il leone d’oro di guardia al palazzo). l’oro del leone rappresenta il “li” (=noumeno, principio) mentre il leone è lo “shi”(=fenomeno). Il li è alla base di ogni cosa ed è ciò che forma ogni cosa. L’oro esiste sia che abbia forma di leone che non, ma deve comunque avere una forma o non esisterebbe. Ma il leone è leone solo in quella forma altrimenti non esisterebbe e rimarrebbe solo oro. Questa, come il Hua yen in generale, è una sorta di sintesi fra Madhyamaka e Tathagatagarbha perché il noumeno viene considerato superiore alla verità ultima del Madhyamaka e identico al tathagatagarbha, alla vacuità che è esistenza intrinseca come il fenomeno. Si finisce con l’affermare che il noumeno è unico e assume svariate forme fenomeniche che sono identiche fra loro poiché prodotto di un’unica mente.  La dottrina Hua Yen è d’accordo con l’affermazione che l’illuminazione è improvvisa ma questa è possibile solo attraverso la meditazione.

 

LA COMPASSIONE:

IL SADDHARMAPUNDARIKA SUTRA (SUTRA DEL LOTO):

per molti buddisti dell’Asia orientale il Sutra del Loto è un testo quasi paragonabile alla Bibbia (per contenuti spirituali e lunghezza). Sarebbe composto di parti eterogenee scritte dal I secolo a.C. al II d.C. e le più antiche trascrizioni sono cinesi (più di ogni altro manoscritto sanscrito). Per la tradizione sino-giapponese sarebbe l’insegnamento ultimo del Buddha e il suo successo è dovuto ad una serie di parabole suggestive (anche se spesso drammatiche). Il Buddha del sutra è Sakyamuni che, come caratteristica chiave della dottrina Mahayana, si serve dell’insegnamento dell’abilità dei mezzi cioè si serve della propria destrezza nei mezzi e negli strumenti per insegnare agli esseri senzienti. Quindi attraverso la dottrina dei mezzi abili, il Buddha adatta il proprio insegnamento al livello dei propri ascoltatori, quindi delle apparenti contraddizioni degli insegnamenti del Buddha sono dovuti proprio a questo motivo, al contesto in cui sono stati impartiti. La dottrina dei mezzi abili (dovuta alla compassione e alla sapienza) indusse scuole filosofiche buddiste cinesi a produrre schemi chiamati pan chiao che organizzavano l’insegnamento del Buddha all’interno di una scala che portava fino all’insegnamento più alto, più “vero”, e quindi rappresentato da sutra specifici. Un testo dedicato interamente alla dottrina dell’abilità dei mezzi (riferita per estensione anche ai bodhisattva progrediti) è l’Upayakauslya Sutra. Per il Sutra del Loto esiste un unico e definitivo veicolo, quello per la perfetta buddhità: la dottrina dei tre veicoli è solo espressione dell’abilità dei mezzi del Buddha. Quindi la dottrina dell’abilità dei mezzi è il presupposto fondamentale di un’altra delle principali dottrine del Sutra del Loto, quella dell’Unico Veicolo (ekayana). Lo stadio di Arhat e Pratyekabuddha (illuminati come il Buddha) nascono solo come incoraggiamento per la meta finale della buddhità. Sono numerose le parabole sull’abilità dei mezzi e sull’unico veicolo: ricordiamo quella della casa incendiata (una casa con tre bambini all’interno va a fuoco ma loro non se ne accorgono perché giocano, il padre li chiama ma non sentono ma alla fine riesce a farli uscire dicendo loro di avere un regalo diverso e il preferito di ciascuno: una volta usciti il premio sarà uguale per tutti ma ancora più apprezzato del primo promessogli) e quella della terra dei gioielli in cui si rivela la vera natura di Arhat e Pratyekabuddha (Buddha conduce gli uomini alla terra dei gioielli ma fa riposare chi è stanco in città incantate create da lui per poi proseguire il cammino fino alla meta finale). Nella prima parte del testo si parla dell’Unico veicolo e degli abili mezzi, mentre nella seconda compare un Buddha precedente a Sakyamuni, Prabhutaratna. In Cina, nella tradizione Tiantai, il Sutra del Loto viene associato al Mahaparinirvana Sutra (della corrente tathagatarbha chiamato in Cina Tacheng chixin lun) chiamato in occidente Risveglio della Fede. Anche il Sutra del Loto presenta l’autocitazione encomiastica (poteri derivanti dal recitarne un verso o gioirne, necessità di venerarlo, punizioni per chi ne parla male…). Inoltre offre (singolarmente rispetto alla dottrina buddista in generale, soprattutto rispetto ai più antichi testi buddisti) incoraggiamento non solo ai malvagi ma anche alle donne che erano una categoria spesso discriminata. Altra pratica legata a questo testo e diffusa in Asia Orientale è quella di bruciare il proprio corpo o alcune parti per devozione (di solito dita). Questo non è solitamente diffuso in Tibet dove il corpo è considerato sacro (anche perché è raro nascere umani e l’occasione non va sprecata). Sia la setta Tientai (o Tendai) sia la setta Huayen crearono sistemi panchiao attribuendo il Tiantai  al Sutra del Loto (ma anche il Mahaparinirvana sutra, ritenuto il sutra degli ultimi giorni di Buddha) e lo Huayen all’Avatansaka Sutra il rango più elevato. Entrambe diedero molta importanza alla dottrina dell’Unica Mente, dell’unico Buddha universale e dell’unico primordiale che è l’universo stesso, alla dottrina della compenetrazione reciproca, dell’illuminazione improvvisa e della Verità anche nel più insignificante elemento della vita di ogni giorno. La più antica fra le due è la Tiantai organizzata da Zhiyi (contemporaneo di Chi Cang e anteriore a Fa Zang) secondo la quale il Buddha venne al mondo avendo come scopo la predicazione di questo sutra. La Tendai si diffuse anche in Giappone con Saicho. Da ricordare è anche Nichiren, un teologo giapponese che finì per diventare fervente sostenitore del Sutra del Loto (in maniera anche distruttiva verso le altre sette buddiste o religiose in generale) e dal cui insegnamento nacquero movimenti nichireisti.

 

I CORPI DEL BUDDHA:

possiamo ricordare almeno tre dimensioni connesse del termine dharmakaya nei testi della Prajnaparamita:

1)      dharmakaya come raccolta di insegnamenti (soprattutto la stessa Prajnaparamita);

2)       dharmakaya come insieme dei dharma puri posseduti dal Buddha soprattutto quelli mentali capaci di cogliere la vacuità;

3)       Darmakaya come la stessa vacuità, la vera natura delle cose.

Ma in tutte queste accezioni il dharmakaya si contrappone comunque al corpo fisico del Buddha che fu Gautama e che risiede negli stupa. Il dharmakaya è anche la vera natura di tutti gli esseri che possono, così, diventare Buddha pienamente illuminati. La Cittamatra attribuisce al Buddha tre corpi, tutti risultato della compassione (o coscienza non duale) a sua volta facente parte del trio di corpi attribuitegli. Il darmakaya, dunque, è la base ma anche la totalità degli altri due corpi del Buddha perché essi rappresentano la sua compassione. Il darmakaya rappresenta anche l’insieme delle qualità mentali che caratterizzano lo stato di buddha. Se il primo corpo è il darmakaya chiamato Corpo di Essenza, il secondo (quello dove si vede meglio la compassione) è il sanbhigikakaya, il corpo del completo godimento, il corpo fisico che si manifesta in svariati modi e in svariati luoghi secondo la necessità degli esseri senzienti (è il corpo adorno dei 32 e degli 80 segni di eccellenza). Il terzo corpo, quello di Trasformazione, è quello più fisico, il Buddha umano, cioè Siddharta Gautama ed è frutto del Corpo di Godimento (serve agli esseri meno “portati” a raggiungere la terra pura e che hanno bisogno di manifestazioni più concrete per comprendere).

Il Madhyamaka Yogacara-Svatantrika troviamo un tentativo di conciliare Madhyamaka e Cittamatra. L’insegnamento dGe lugs (che segue la tradizione Madhyamaka Prasangika) afferma che il dharmakaya  ha due aspetti:

1)      il Corpo di Essenza (svabhavikakaya) diviso a sua volta in a) rappresenta la vacuità sempre esistita (nel Buddha e in ogni essere senziente) ed è indicato con il tathagatarbha b) rappresenta l’assenza di qualunque offuscamento cognitivo e morale nella mente del Buddha (questa assenza non è sempre stata presente però);

2)      il Corpo di Sapienza o di Gnosi rappresenta la coscienza onnisciente non duale del Buddha e quindi corrisponde allo svabhavikakaya o al dharmakaya del Cittamatra (questo corpo è onnipresente).

Nella tradizione Cittamatra viene introdotto il concetto di nirvana “non dimorante” proprio dei bodhisattva, che acquisita la sapienza, conservano la compassione continuando ad assistere gli esseri senzienti.

 

IL SENTIERO DEL BODHISATTVA:

nel VII secolo il Tibet fu influenzato in particolar modo da correnti indiane formatesi in quei tempi che andavano sotto il nome di tantrismo. Il buddhismo tantrico (o Vajrayana) si occupa del rituale e delle pratiche meditative: i Tantra (testi esoterici attribuiti al Buddha) si interessano dei mezzi per raggiungere la piena illuminazione e della molteplice espressione  della capacità compassionevole del Buddha di soccorrere gli altri esseri. Poiché il regno del mezzo-compassione (per il Mahayana) è fatto di interventi magici grazie alla forza della mente, le pratiche tantriche acquisiscono forma magica.  Siccome il cammino meditativo richiede apprendimento e continuo addestramento ecco che nasce la figura del guru (in India) o del lama (in Tibet). In Tibet il Buddhismo viene menzionato per la prima volta durante il regno di Khri srong lde brtsan (750 circa).

Lo sviluppo della più autentica motivazione Mahayana viene definito la “generazione del bodhicitta”, la mente del Risveglio, che scaturisce da una profonda compassione per il dolore altrui. Questa compassione è il fondamento e la forza motivante del bodhisattva su cui poggia l’intera struttura mahayana. Atisa ha scritto il suo Bodhipathapradipa proprio per gli esseri che si incamminano sul sentiero del bodhisattva. Tsong kha pa parla di dei tre principali aspetti del sentiero (rinuncia, compassione e vacuità): bisogna aver raggiunto la condizione di rinuncia per  incominciare a generare un autentica compassione. Meditazioni che aiutano a determinare il bodhicitta sono:

 1) quella delle sei cause e un effetto (preceduta dalla creazione di equanimità verso tutti gli esseri cercando di capire che tutti in questa vita o in quelle passate sono stati amici, nemici o persone indifferenti) in cui il meditante si concentra sul fatto che tutti gli esseri sono stati nostra madre, che quindi sono stati estremamente gentili verso di noi, che attualmente si trovano in stato di grande sofferenza, che vanno aiutate e quindi si sviluppa un profondo senso di amore, e infine, si decide ad aiutare tutti questi esseri;

 2) quella dello scambio di sé con gli altri in cui si medita sul fatto che noi stessi e gli altri siamo uguali per esigenze (tutti vogliono felicità e non dolore), che ognuno è importante come noi stessi ma che essendo in numero maggiore gli altri sono più importanti di noi stessi, segue la pratica del “dare e prendere” in cui si immaginano esseri sofferenti che noi aiutiamo a diventare felici e in questo modo si forma il bodhicitta. Secondo i testi, il bodhicitta si ha solo se la compassione è incastonata nella consapevolezza della vacuità. Dal Sandhinirmocana Sutra in poi, si sostenne l’esistenza di due tipi di bodhicitta: a) quello fondamentale (che rappresenta la mente pura di un essere illuminato dotato di compassione) b) quello convenzionale o morale (o relativo) composto da 1)l’iniziale brama di Buddhità (bodhicitta di aspirazione) e dalla concreta attuazione delle pratiche del sentiero del bodhisattva (bodhicitta di impegno). Con lo sviluppo del bodhicitta il bodhisattva non avrebbe raggiunto neanche il primo stadio del suo cammino e dovrebbe ancora coltivare la sapienza (=perfezione della sapienza derivante da studio, profonda riflessione e meditazione) e i mezzi  (=cinque perfezioni cioè il dare, la moralità, la pazienza, lo sforzo, la concentrazione meditativa).  In alternativa al cammino dei dieci stadi del bodhisattva le correnti non-Mahayana avrebbero esposto cinque sentieri (precedenti alla dottrina dei dieci stadi ordinata da Kamasila nel Bodhisattvabhumi in base ad una serie di testi precedenti comprendenti anche quelli dei cinque sentieri). Durante il suo cammino il bodhisattva acquisisce una serie di “poteri” o capacità (in particolare nel 6° stadio acquisisce la perfezione della sapienza ed è pari allo stadio in cui un arhat può raggiungere il nirvana, ma il bodhisattva compassionevole continua;  dal 7°-8° stadio il bodhisattva è destinato ad un cammino irreversibile; dal 9° acquisisce la conoscenza e i compiti  relativi ad ogni veicolo).

 

FEDE E DEVOZIONE: CULTI DEI BUDDHA E DEI BODHISATTVA

Nel buddhismo la fede non ha importanza principale ma viene inclusa tra le cinque virtù cardinali che sono, oltre la fede, vigore: presenza mentale, concentrazione e sapienza. Essa corrisponde ad una mente libera dai cinque impedimenti che sono: desiderio sensoriale, cattiva volontà, pigrizia (e apatia), l’ansia (ed eccitazione) e il dubbio. Ma allo stesso tempo non è cieca: è infatti necessario prima meditare su ciò che si sente e in seguito, semmai quadri il concetto, porre fede su ciò che si è sentito. È, quindi, il primo stadio che conduce alla sapienza.

Il primo sutra che fa riferimento ad Amitayus (=Amitabha) e al suo campo di Buddha, nonché uno dei primi ad essere tradotto in cinese,  è il Pratyutpanna Sutra. È caratterizzato dalla descrizione del pratyutpanna samadhi, una pratica di ordine morale in cui si cerca di individuare la direzione della terra pura di Amitabha e Amitabha stesso.

Per la cosmologia buddista spazio e tempo sono infiniti. Questo spazio infinito è composto da innumerevoli universi e di sistemi di mondi e alcuni di questi universi sono Campi o Terre di Buddha, cioè cosmi in cui un Buddha esercita la propria influenza spirituale. Non ci possono essere due buddha nello stesso campo o uno dei due non sarebbe degno di esserlo. Nonostante la grande quantità di buddha nell’universo non sarà mai possibile liberare tutti gli esseri senzienti che sono molti di più. Esistono tre tipi di Campi di Budda: quelli puri (dove tutto è perfetto e i demoni non possono compiere le loro azioni malvagie), quelli impuri (popolato da non-buddhisti, esseri in preda al dolore, differenze di classe e non solo, esseri immorali, regni inferiori come gli inferni, comportamenti e vicoli inferiori…) e quelli misti. Ma tutti questi campi sono comunque samsara e quindi pervasi da desiderio e dal dolore. Gli esseri umani vivono in una sfera chiamata Saha, a meridione, il cui attuale Buddha è Sakyamuni che è ora scomparso, ma in questo mondo continuano ad operare altri buddha. Sakyamuni non era altro che un Corpo di Trasformazione, un’emanazione di un altro Buddha che dimora in un suo Campo puro o si può dire anche che Sakyamuni sia il Buddha di una Terra pura che venne a Saha per salvare gli esseri. O si può ancora dire che Saha è già una terra pura ma che gli esseri che vi abitano non se ne sono accorti (in realtà si sono date varie spiegazioni per delucidare riguardo alla nostra terra e alla figura di Sakyamuni).

MAITREYA: l’idea che prima di Sakyamuni esistessero altri buddha era diffusa già da qualche secolo prima di Cristo. Si prevedeva anche l’arrivo di altri Buddha, fra cui Maitreya, e questo nel buddhismo in generale. Anche Maitreya come Sakyamuni prima della sua ultima rinascita, dimora nel paradiso Tusita in attesa del momento opportuno per discendere sulla terra. Si dice che Maitreya fece arrivare Asanga in Tusita per delucidarlo su alcuni punti e per questo la corrente Cittamatra è particolarmente devota a Maitreya. Probabilmente il culto di Maitreya è antecedente al culto di Amitabha.

AVALOKITESVARA: è forse il più popolare fra i bodhisattva Mahayana. Come Maitreya e Manjusri è al decimo stadio ed è particolarmente famoso per salvare gli esseri da diverse forme di dolore provocate da fuoco, acqua dei fiumi, tempeste in mare, assassini, demoni, spettri, imprigionamento e ladri. È il più compassionevole bodhisattva dell’universo e proprio perché si preoccupa anche delle pene quotidiane viene considerato l’incarnazione della compassione stessa. Egli discende perfino agli inferi per salvare i dannati e governa gli dèi hindu dando loro diversi compiti. In Asia orientale viene spesso considerato donna (e chiamato Guanyin in Cina e Kwannon o Kannon in Giappone). Il suo culto compare dal VI secolo d.C.

TARA: la devozione verso Tara, la Bodhisattva nata da una lacrima di Avalokitesvara, è elemento caratteristico della tradizione tibetana. È capace di salvare in particolar modo da leoni, elefanti, fuoco, serpenti, banditi, prigionia, naufragioe demoni assumendo, quindi, alcuni compiti del suo “creatore”. Il suo culto compare dal VI secolo d.C. come Avalokitesvara ma diventa figura autonoma dal VII secolo.

MANJUSRI: come Avalokitesvara rappresenta l’incarnazione della compassione, Manjusri ne è quella della sapienza.  È un giovane bodhisattva come Tara (16 anni). Il suo culto risale al VI secolo d.C. Secondo alcune storie avrebbe potuto già essere buddha ma rinunciò alla completa illuminazione perché altrimenti non avrebbe più dovuto far niente per apprendere. Alcune tradizioni lo ritengono possessore di un suo proprio Campo.

KSITIGARBHA: quasi trascurato per la tradizione indo-tibetana, è molto importante per la tradizione estremo orientale. Per il Dasacakraksitigarbha Sutra sarebbe colui a cui fu assegnato il compito di liberare gli esseri senzienti nel periodo fra Sakyamuni e Maitreya. Secondo altre tradizioni cinesi salverebbe i defunti dagli inferni. Ma il suo aiuto è prezioso anche nella vita perché aiuta ad accrescere intelligenza e a migliorare la memoria.

 

AKSOBHYA: è uno dei buddha con un culto più antico dopo Sakyamuni. Il suo regno, il suo Campo, è Abhirati che si trova ad oriente ed è un Campo puro (senza sofferenze e così via). Il suo culto è abbastanza antico ma è solo con il tantrismo indo-tibetano che riscosse più successo.

BHAISAJYAGURU: è il buddha medico in tutti i campi fisici, mentali e psicologici ma guarisce anche dal samsara donando l’illuminazione. Probabilmente il suo culto nasce in Asia Orientale e fu poi diffuso in India. Il suo Campo si trova ad oriente ed è caratterizzato anche da altre dottrine diverse dal Mahayana.  

AMITABHA: (Amitayus) o Amida in giapponese, è il bodhisattva il cui culto è il più diffuso nel buddhismo. I testi più rilevanti di questo culto sono: i due Sukhavativyuha (Maggiore e Minore) che parlano della figura di questo buddha e del suo campo) e l’Amitayurdhyana Sutra che espone i modi per incontrare Amitabha. Il bodhisattva Dharmakara è il buddha Amitabha (che illumina molti campi intorno al proprio dalla sua grande sapienza e compassione), sovrano della sua terra pura Sukhavati, posta ad occidente. Le tradizioni della Terra Pura cinese e giapponese individuano come propri patriarchi indiani Nagarjuna e Vasabandhu e quindi questa dottrina si colloca all’interno delle scuole Madhyamaka e Cittamatra (questo perché ci sono due testi riferiti a questi bodhisattva e che parlano della loro conversione agli insegnamenti della Terra Pura in tarda età, sebbene siano gli unici a parlarne). I tre grandi patriarchi cinesi della Terra Pura sono: Tan Luan (pessimista verso la possibilità di crescita spirituale in quel periodo, scrisse sulla fede dell’Altrui Potere, cioè dell’affidarsi completamente ad Amitabha pronunciando più volte il suo nome per rinascere nel suo campo puro), Tao Che (anche lui scettico verso un sentiero personale verso l’illuminazione in quel periodo, predicò la necessità unica ad aspirare alla nascita in Sukhavati) e Shantao (si aggrega allo spirito pessimista dei suoi predecessori dicendo che è necessario il pentimento e la confessione dei propri peccati e l’affidarsi ad Amitabha che può salvare anche gli esseri più peccaminosi). Altri maestri (successivi) della Terra Pura furono Fachao (che dopo la rivolta di An Lushan riuscì a portare la dottrina anche a corte), Chan Yenshou (che cercò di fondere Chan e Terra Pura attraverso la dottrina della mente pura). Molto più pratico fu, invece, il giapponese Honen che diffuse la pratica della recitazione del nembutsu (=buddha in giapponese) e del suo nome come unica via salvifica.

 

 

Riassunto personale di "Il Buddhismo Mahayana, La Sapienza e La Compassione" di Paul Williams

5 pensieri su “Il Buddhismo Mahayana

  1. Ma perché non ho digitato prima nella barra di Google queste benedette parole che mi stanno facendo impazzire: “Cittamatra”?! Domani ho l’esame proprio sul Williams!!! Oh my God!!!
    Grazie!

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