Isola dell’Orchidea

Non troverete molte informazioni su quest’isola su internet. E’ ancora mediamente inesplorata dagli stranieri, gli abitanti parlano la lingua locale e il cinese ed è estremamente selvaggia. Io la adoro!

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I quattro giorni che ho passato a Lanyu dao (兰屿岛, Orchid island, Isola dell’Orchidea)  sono stati intensi e bellissimi, tutti alla scoperta di un luogo naturale e primitivo.

Lanyudao è un’isola non troppo grande che si trova nella parte sud-est di Taiwan. E’ la patria dell’etnia Yami, anticamente proveniente dalle Filippine, che conserva ancora antiche tradizioni mutuate poco con l’arrivo dei giapponesi. E’ un’isola prevalentemente montuosa e rocciosa, non ha spiagge di sabbia, ma di sassi ben arrotondati. Fra le molte scogliere taglienti che presenta le capre selvatiche sono gli unici esseri viventi che si possono vedere, proprio perchè è troppo difficile farci un giro senza le scarpe adeguate, e anche con quelle c’è pericolo di tagliarsi con le rocce.

Quest’isola è paesaggisticamente simile alla vicina Lvdao (绿岛, Isola Verde), ma molto più selvaggia poichè non ha che pochissimi ostelli, un solo Seven eleven (negozio di convenienza tipo mini supermercato) davanti al porto, poche tavole calde e pochissimi negozi per lo più arrangiati in bancarelle estive (d’inverno infatti non c’è anima viva), casette, qualche negozio di alimentari tutti collegati da strette strade asfaltate. Tutto il resto sono terre completamente selvagge confinate da spiagge o scogliere aguzze, piene di piante e arbusti spontanei, qualche coltivazione di patata viola e poco più, tantissimi animali lasciati liberi (cani, polli, piccoli maiali neri, capre). L’animale che fa da padrone in quest’isola, anch’esso libero e vivente allo stato brado e presente praticamene dappertutto, è sicuramente la capra, verso cui gli abitanti dell’isola sembrano non nutrire alcun interesse…peccato!

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Il clima:

la gente del posto mi ha detto che nell’isola fa sempre caldo e la minima in inverno arriva a 19/20 gradi. Ma…in inverno l’isola è colpita da forti venti e piogge (e tifoni) che fanno percepire più freddo di quello che c’è.

 

turismo:

a causa di questo clima, aspro durante l’inverno, il turismo si concentra soprattutto dai mesi di aprile a novembre, dopo di che l’isola si svuota anche da molti yamesi che praticano i loro business a Taiwan. Alcuni di loro restano e coltivano piante tutto l’inverno, campando di patate e verdure. Pare che l’inverno a Lanyudao sia particolarmente duro.

La Lanyudao è meta turistica anche per divers. Pare che infatti abbia fra i mari più cristallini del sud-est asiatico e che la visibilità media arrivi a 50 metri.

diving

 

trasporto:

Il trasporto è per lo più inesistente e se non si possiede una macchina o una moto (che si può affittare nell’isola stessa) ha veramente molto poco senso recarsi all’Isola dell’Orchidea. L’isola, non essendo grande, si può girare in un’oretta di moto o in mezza giornata di bicicletta (ma lo sconsiglio vivamente perchè è piena di salite e discese e non ci sono ripari dal sole cocente). In realtà esisterebbe anche una navetta bianca con il simbolo del Sole tipico dell’etnia Yami, ma non conterei molto su di essa, visto che passa un po’ come gli pare e fa giri che ancora non mi sono del tutto chiari. Non dico che non vale la pena prenderla, perchè è usata soprattutto dagli anziani del posto che hanno lineamenti e vestiti tipici, ma non ne farei il mezzo di trasporto principale per visitare l’isola. Invece, consiglierei di fare hitch-hiking (il vecchio caro autostop) perchè la gente del posto è molto carina e disponibile e potreste stringere amicizia (se parlate cinese).

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la gente:

Un taiwanese che vive da 50 anni alla Lanyudao, figlio di guida turistica e lui stesso guida turistica, mi ha detto che sull’isola ci sono circa duemila yami e che i taiwanesi sono qualche centinaio.

iI popolo locale di Lanyudao, come già detto, sono gli Yami, un’etnia che molto tempo fa è molto probabilmente sbarcata qui dalle Filippine.

Ho infatti avuto modo di parlare con diversi Yami e in molti mi hanno detto la stessa cosa: la loro lingua e quella di un’isola delle Filippine (neanche loro ricordano quale) è praticamente uguale.

Oltre alla lingua madre (immagino si chiami yamese), gli Yami parlano anche in cinese che viene insegnato nelle scuole. Purtroppo però l’internazionalizzazione sta colpendo anche quelle zone così selvagge e sempre più ragazzi stanno perdendo la conoscenza della lingua dei loro antenati. Ho conosciuto un ragazzo del posto, Jaknor (Giacnor, per la pronuncia italiana) di soli ventidueanni (ma ne dimostra ameno 6 in meno) che mi ha detto che lui sa dire solo poche parole nella sua lingua madre perchè a scuola ha imparato solo il cinese. Inoltre nell’isola non ci sono università, quindi i ragazzi sono obbligati a spostarsi da li e andare nelle città più grandi.

Ho conosciuto yamesi di ogni età e sesso e generalmente sono persone molto scherzose, semplici e ospitali. Se si parla cinese e si mostra un po’ di rispetto verso la loro cultura vi apriranno il loro cuore.

Come dicevo, gli yami hanno probabili discendenze dai popoli filippini. La donna yami con cui ho più fatto amicizia mi ha detto che negli ultimi anni gli yami e gli abitanti di un’isola delle filippine hanno avuto un’interscambio culurale dopo aver scoperto la vicinanza delle loro due lingue. Quindi alcuni filippini sono venuti a Lanyudao e alcuni yami sono andati nelle Filippine. Una filippina si è addirittura stabilita a Lanyudao dove poi si è sposata ed ora ha due figlie.

Il rapporto degli yami con gli stranieri è così e così perchè spesso gli stranieri non conoscono la loro cultura o non si interessano minimamente di loro e quindi gli yami prendono questa cosa come un’offesa, poichè la gente continua ad arrivare nella loro isola ma fa quasi finta di non vederli, o non fa alcuno sforzo per conoscerli. Per non parlare del rapporto con i taiwanesi: gli yami li vedono assolutamente come invasori arroganti che vogliono prendere il possibile dal loro territorio e dare niente in cambio. Solo ultimamente, con la nuova presidente taiwanese (facente parte di una minoranza etnica) i rapporti si stanno addolcendo, perchè lei pare voglia aiutarli a migliorare le strade e il sistema elettrico senza deturpare l’ambiente.

Ad ogni modo, politica a parte, se vi mostrate curiosi verso la loro cultura, fate molte domande e vi mostrate gentili gli yami si mostreranno molto amichevoli.

La donna con cui ho stretto amicizia ha 50 anni circa, ha un negozio di bracciali e collane e insegna la lingua e la cultura locale nelle scuole, proprio perchè ultimamente si stanno accorgendo di perderli. Si arrangia facendo anche da guida turistica ai taiwanesi portandoli a vedere le case tipiche e cerca di fare qualche soldo così.

L’ho incontrata durante una tappa del mio autostop notturno e ha cercato di aiutarmi da subito insieme ad una sua amica. Poi dopo una chiacchierata, parlandomi dei loro vestiti tradizionali, si è offerta di farmi indossare il suo. E il giorno dopo, come previsto, sono tornata da lei e ho provato il suo vestito tradizionale da cerimonia, da indossare solo per le occasioni speciali, officiali e se qualcuno ti invita a casa.

Una cosa che ho imparato grazie a questa donna e che NON si deve assolutamente fare è TOCCARE LE BARCHE…soprattutto per le donne, perchè ritengono che porti sfortuna. Sono stata personalmente insultata per questo e poi mi è stato spiegato appunto il perchè. Spesso non si possono neanche fare le foto alle barche. Purtroppo chi non parla cinese (o yamese) avrà rare possibilità di parlare con gli yami perchè il loro inglese è molto scarso. Peccato, perchè sono davvero molto dolci e cercano sempre di aiutare se è possibile.

 

le barche:

i colori degli Yami sono tre: nero, rosso e bianco. E li sanno abbinare assieme molto bene. Le barche usano questi colori in una serie di motivi geometrici e non solo. Le barche non sono fatte da un unico pezzo di tronco come quelle dei popoli filippini, ma sono costituite da diversi tronchi incastrati assieme. Da quello che ho capito, ognuno deve guidare la barca che si è fatto da solo. Se i tuoi parenti non ti hanno insegnato come farne una devi imparare come farla da qualcun’altro, non puoi pagarlo per fartela costruire.

Gli yami usano queste barche per pescare nell’oceano e pescare i pesci volanti, uno dei simboli di quest’isola oltre alle barche e alle case.

Orchid Island, yami boat - Cin Cina

le case:

Le case sono simili a capanne, costituite da una base di pietre ciottolose e da una parte superiore in legno. Gli Yami mi hanno detto che una ricercatrice francese ormai di una certa età, Véronique Arnaud, arrivata all’età di 20 anni lì, ha studiato la loro cultura per diversi anni, imparando la lingua e i costumi yami e addirittura come costruire una casa yami. Pare che in Francia se ne sia costruita una per sè.

Le case che si possono trovare lì però, sono spesso in stile taiwanese. Ho chiesto alla mia amica yami perchè. “Ma per guadagnare più soldi, no?”. Ecco, sempre i soldi di mezzo. Praticamente alcuni taiwanesi e yami hanno aperto delle attività turistiche o degli ostelli e quindi hanno iniziato a costruire palazzine moderne a 2 piani. Poi molti altri hanno iniziato a fare lo stesso per la comodità e la sicurezza di avere una casa stabile, duratura e comoda. Sono poche le case tradizionali che si possono ancora ammirare, ma sono mantenute bene.

yami houses, Orchid Island - Cin Cina

simboli:

i simboli che meglio rappresentano il popolo yami sono tre: le case tradizionali, le barche e i pesci volanti. I pesci volanti sono pescati soprattutto d’estate e vengono lasciati essiccare al sole per essere conservati e consumati lentamente. Le barche, come potete notare nell’immagine di testata (in cui ci sono anche io, vestita con gli abiti tradizionali yami da festa), sono bellissime: colorate in nero, bianco e rosso e hanno diversi simboli, fra cui le onde e i sole yami.

i simboli che si possono osservare più spesso, infatti, sono proprio il sole e le onde a zig-zag. Anche i vestiti tradizionali sono costituiti da questi tre colori ai quali a volte si aggiunge il blu.

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curiosità:

La prima curiosità, l’ho già accennata ed è il fatto che gli yami proverrebbero originariamente dalle Filippine.

La seconda riguarda i vestiti. I vestiti Yami avrebbero conosciuto un’evoluzione e questa riguarda i bottoni. Pare che prima dell’arrivo dei giapponesi sull’isola gli yami non sapessero cosa fossero i bottoni e che dopo averlo scoperto li avrebbero iniziati ad usare non tanto con lo scopo originale, quanto per abbellire le loro collane e i gioielli. Ed è per questo che sulle collane tradizionali a tre colori (sempre nero, bianco e rosso) si possono ancora vedere dei bottoni messi solo a scopo ornamentale.

 

Come potete aver capito, l’Isola dell’Orchidea non offre solo un’esperienza turistica unica grazie alla sua naturalezza, ma anche culturale. Che tu ami camminare, sguazzare in pozze segrete d’acqua, fare diving o godere della presenza di aria e persone pure, l’Isola dell’Orchidea farà sicuramente al tuo caso.

 Silvia Baggiani and Little sister (mei mei), Orchid Island - Cin Cina

 

 

 

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